Basso Salento: l’amianto svizzero uccide ancora

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Il paesino si chiama Corsano e si trova nel Basso Salento, in fondo al tacco d’Italia, in quella zona della Puglia diventata famosa per il suo mare cristallino e le sue spiagge di sabbia fine. Corsano sta però nell’entroterra, è uno dei tanti villaggi dalle case di calce bianca, schiacciati dal sole d’estate, sonnolenti d’inverno. E ne parliamo perché mezzo secolo dopo l’ondata migratoria che portò tanti dei suoi uomini a lavorare nella fabbrica Eternit SA di Niederurnen (GL), l’amianto svizzero uccide ancora.  

Come era consuetudine in quei paesini della Bassa Italia, il primo ad emigrare verso la Svizzera oppure la Germania chiamava poi a raggiungerlo dove si era stabilito parenti ed amici. Cosicché per quanto riguarda i villaggi salentini, la mappa geografica della migrazione verso la Svizzera era ben precisa: gli abitanti di tale paese sceglievano Glarona o i suoi dintorni, quelli di tale altro preferivano Zurigo, altri ancora Neuchâtel e via dicendo.

Per lavorare nella fabbrica Eternit di Niederurnen 

Ed è così che dagli anni ’60 e ’70, tanti giovani lavoratori di Corsano raggiunsero il primo dei loro concittadini a Niederurnen nel canton Glarona per l’appunto, dove venivano assunti nella locale fabbrica di amianto del gruppo Eternit. Quando divenne possibile, furono poi raggiunti da mogli e figli che si stabilirono nelle case riservate agli operai a prossimità della ditta. In quegli anni nessuno sapeva che l’esposizione duratura all’amianto era pericolosa e poteva provocare l’asbestosi o altri cancri come il tumore allo stomaco o all’esofago.

Raggiunta l’età della pensione gran parte di quei lavoratori di Corsano sono tornati al paese dove molti di loro si sono poco a poco ammalati di tumori. Ed è così che per rappresentarli e tutelare i loro diritti verso Eternit SA e verso la Suva che si è costituita l’Associazione “Vittime dell’amianto di Corsano” presieduta da Leonardo Martella, associazione che fa capo all’avvocato Eriberto De Lorenzo di Cellino San Marco in provincia di Brindisi. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente: “Abbiamo ancora aperte una ventina di pratiche anche se le persone coinvolte sarebbero di più, ma non è sempre facile rintracciarle” ci spiega il legale. “Ormai nella maggior parte dei casi assistiamo le vedove degli operai deceduti dei seguiti di asbestosi o di altre patologie tutte riconducibili all’amianto, e per alcune di loro abbiamo ottenuto degli indennizzi. Va detto che interveniamo anche per gli orfani, ma spesso si tratta di figli ormai adulti e il tetto per ottenere un riconoscimento si ferma a 18 anni.”

“Indennità perenni con effetto retroattivo”

L’avvocato De Lorenzo precisa che per alcuni familiari di vittime dell’amianto “svizzero” la Suva ha concesso “indennità perenni quindi vitalizi con effetto retroattivo, il che per certe famiglie sono state vere manne cadute dal cielo mentre chiediamo anche indennizzi per chi si è ammalato fuori dalla professione tramite un’esposizione ambientale.” È il caso ad esempio di mogli e figli che abitavano a prossimità della fabbrica Eternit ed erano quindi in stretto contatto con le pericolose polveri d’amianto.  “Per intanto” precisa il legale dell’associazione, “quattro casi sui 20 aperti si sono conclusi positivamente.”

Rispetto al tempo di esposizione all’amianto, le malattie tumorali come in particolare il mesotelioma (cancro al polmone riconducibile al 100% all’esposizione all’amianto e che porta a morte certa) si sono dichiarate molto tardi fino a 30 o 40 anni dopo e questo spiega il lungo periodo trascorso fino all’apertura dei casi per le domande di riconoscimento di indennizzo. 

Stando all’Associazione di Corsano, i casi potrebbero anche essere più numerosi, ma “c’è molta diffidenza nel paese poiché certe vedove che hanno ottenuto una pensione dalla Svizzera hanno paura di perderla e quindi non parlano della loro situazione in giro perciò c’è una certa disinformazione in merito alla situazione dei parenti di chi è stato vittima di esposizione all’amianto.”

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