Coronavirus, atto secondo

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Stop a eventi sportivi con più di mille persone. Lockdown notturno. Mascherina obbligatoria e da indossare ovunque. Tracciamenti anche in occasione di feste private. Non più di quindici persone insieme, anzi non più di sette. Eccoci qui, dopo un’estate in cui avevamo fatto finta che tutto fosse passato e il virus era ormai solo un brutto ricordo, a ricominciare da capo. Di nuovo. Come se prima d’ora non fosse accaduto nulla. Come se i morti di Covid-19 che in Ticino son stati finora 350, erano in realtà morti altrove.

È sorprendente come noi esseri umani siamo capaci di abituarci a tutto. A rimuovere qualsiasi cosa, qualsiasi trauma. Nascondendo lo sporco sotto al tappeto e facendo finta di nulla. Cercando in ogni modo di cadere in piedi, continuando a festeggiare e a cantare malgrado il Titanic stia colando a picco. Siamo noi, siamo così. Siamo pessimi. E non a caso sul Mattino di domenica in prima pagina si leggeva come da copione dell’incazzatura della Lega nei confronti del Governo e dei vari De Rosa, Cocchi e Merlani.

Ribadiamo il concetto – c’era infatti scritto sul domenicale – un secondo lockdown, contrariamente a quanto vanno in giro a raccontare certi esponenti del governicchio ed in particolare il direttore del DSS Raffaele De Rosa (De Pink) non è l’ultima ratio; è proprio ESCLUSO! Quindi, è inutile che politicanti e burocrati continuino ad evocare il lockdown, ovviamente con l’obiettivo di abituare la gente all’idea. Una seconda chiusura è semplicemente IMPOSSIBILE! Manderebbe il Ticino in rovina!”

Di nuovo ai piedi della scala. A far da spettatori di fronte al braccio di ferro che cerca un equilibrio tra l’interesse economico e un numero di morti che sia accettabile, a un numero di ricoveri in cure intense che non mandi in tilt il sistema sanitario nazionale e in manicomio chi ci lavora. Perché, alla fine, la questione è sempre la stessa: il virus ce l’hanno gli altri. All’inizio erano i cinesi, poi gli italiani. Abbiamo pensato questo almeno finché non è capitato anche a noi di ammalarci, di stare male e magari di finire pure in ospedale.

Un po’ com’è capitato a un collega giornalista. Al direttore della Stampa di Torino, Massimo Giannini. Giannini ci ha raccontato dei suoi cinque giorni in ospedale, ricoverato insieme ai pazienti più gravi. E il suo appello non è un latrato scomposto contro questo o quello, no. “Oggi festeggio quattordici giorni consecutivi a letto, insieme all’ospite ingrato che mi abita dentro – scrive in un suo editoriale – Gli ultimi cinque giorni li ho passati in terapia intensiva, collegato ai tubicini dell’ossigeno, ai sensori dei parametri vitali, al saturimetro.”

Quando sono entrato in questa terapia intensiva, cinque giorni fa, eravamo 16, per lo più ultrasessantenni. Oggi siamo 54, in prevalenza 50/55enni. A parte me, e un’altra decina di più fortunati, sono tutti in condizioni assai gravi: sedati, intubati, pronati. Bisognerebbe vedere, per capire cosa significa tutto questo. Ma la gente non vuole vedere, e spesso si rifiuta di capire. Così te lo fai raccontare dai medici, dagli anestesisti, dai rianimatori, dagli infermieri, che già ricominciano a fare i doppi turni perché sono in superlavoro, bardati come sappiamo dentro tute, guanti, maschere e occhiali”.

“Non so come fanno. Ma lo fanno, con un sorriso amaro e gli occhi: «A marzo ci chiamavano eroi, oggi non ci si fila più nessuno. Si sono già dimenticati tutto…». Ecco il punto: ci siamo dimenticati tutto. Non recrimino, non piango. Vorrei solo un po’ di serietà. Vorrei solo ricordare a tutti che anche la retorica del «non possiamo chiudere tutto» cozza contro il principio di realtà, se la realtà dice che i contagi esplodono. Se vogliamo contenere il virus, dobbiamo cedere quote di libertà. Non c’è altra soluzione.”

Io quale sia la soluzione per tornare alla vita di prima del virus non la conosco, lo ammetto. Ed è per questo motivo che mi affido a chi ha più strumenti di me per leggere la realtà della pandemia, convinto che chi in un momento come questo si ostina a imprecare contro tutto e tutti non sia di nessun aiuto. Del resto l’OMS già da tempo ci aveva messo in guardia sull’arrivo di una seconda ondata. Eppure, di fronte a certe dichiarazioni di questi giorni, temo che finiremo col commettere anche stavolta gli stessi errori di marzo.

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