Disney+ e quei cartoni animati razzisti

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Su Disney+, la piattaforma di streaming nata da poco e voluta da Disney nella speranza di bagnare un giorno il naso a Netflix, comparirà un avviso, prima della visione di alcuni vecchi film di animazione con contenuti considerati razzisti, per dire ai bambini davanti allo schermo, o ai loro genitori, che ciò che stanno per vedere è un prodotto superato rispetto alla sensibilità antirazzista del presente. Nella sua versione inglese, l’avviso dirà: “Questo programma include rappresentazioni negative e/o offese di persone e culture”.

E così gli Aristogatti, Dumbo, Fantasia e Peter Pan si ritroveranno con una bella lettera scarlatta appiccicata sul vestito perché, se il vento cambia, nella bufera ci può finire chiunque perfino un film come “Via col vento” (leggi qui) che per decenni è stato considerato come la quintessenza del cinema a stelle e strisce e uno dei primi veri kolossal hollywoodiani. Ma se l’opinione pubblica lo chiede, anche la più potente industria culturale del mondo, il cui fatturato è secondo solo a quello delle armi, non può fare altro che inchinarsi e obbedire.

A proposito del politicamente corretto, l’esempio che secondo me più di tutti spiega bene il modo in cui talvolta si finisce per agire cercando di fare i conti con gli scheletri nell’armadio del proprio passato è il film “E.T, l’extraterrestre” di Steven Spielberg. Quando il film uscì di nuovo al cinema prima, e per il mercato dell’home video dopo, nella famosa scena delle biciclette che prendono il volo sotto gli occhi di due agenti dell’FBI con dei fucili in mano, il regista decise di far rimuovere le armi e mettere in mano dei due un walkie talkie.

Una forma di rimozione, non solo psicologica, ma anche pratica e pragmatica. In linea con il gusto dettato dai tempi e che non riguarda solo gli Stati Uniti. Nelle ristampe più recenti dei primi numeri di TEX, il celeberrimo fumetto italiano ambientato nel Far West, dalle mani del protagonista e dei fedeli compagni del ranger sono scomparse tutte le sigarette, all’epoca disegnate avendo come modello proprio i film western del cinema hollywoodiano in cui immancabilmente il cowboy di turno non era un vero uomo se non s’accendeva una sigaretta.

Oggi sappiamo come la sensibilità riguardo al fumo sia radicalmente cambiata. Ed è proprio per questa ragione che Disney, dopo un iniziale e blando avviso che faceva riferimento a “rappresentazioni obsolete di culture”, per avvisare dei contenuti potenzialmente razzisti o sessisti ritenuti inaccettabili e dannosi, ha deciso per un messaggio più profilato e ben in evidenza. Ma basteranno una scritta e un walkie talkie a sradicare la gramigna del razzismo e della violenza da una nazione che proprio sulla violenza e il razzismo ha costruito le proprie fortune?

Io credo francamente di no. Credo che non basti un’operazione di pura cosmesi. Del resto anche il buon Steven Spielberg ne 2011 confessò di aver fatto uno sbaglio modificando la scena: “Per quanto mi riguarda ho provato una sola volta a cambiare la scena di un film e me ne pento da allora. Non per l’indignazione dei fan, ma perché ha lasciato insoddisfatto me stesso. Sono sempre stato molto sensibile alle reazioni su E.T. e pensai di poter cambiare qualcosa visto che la tecnologia si era evoluta. È stato OK per un po’, ma poi mi sono reso conto di aver derubato le persone che avevano amato E.T. di uno dei loro ricordi del film.”

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