H&M spiava i suoi dipendenti

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In Germania, la nota azienda d’abbigliamento svedese, è stata multata della cifra record di 35 milioni di euro per aver spiato in maniera illegale i propri dipendenti. Stando a quanto hanno affermato le autorità tedesche, H&M si è intrufolata nella sfera privata dei propri impiegati almeno a partire dal 2014, forse anche da prima, raccogliendo le registrazioni di colloqui da cui sono emersi problemi famigliari, credo religioso e stato di salute sia fisico che mentale, tutte informazioni utilizzate dall’azienda a suo favore.

Va forse innanzitutto ricordato come H&M sia un colosso dell’abbigliamento che opera in 74 paesi. Conta più di 5’000 negozi sparsi per i quattro angoli della Terra dando lavoro all’equivalente di 126’000 impieghi a tempo pieno. Ma, come già affermava il poeta greco Sofocle nel 400 anni a.C., nulla che sia grande entra nella vita degli umani senza una maledizione. Una maledizione che in questo caso, per la multinazionale svedese, coincide con la violazione della privacy e della protezione dei dati di almeno un centinaio dei propri dipendenti.

In pratica, un centro servizi dell’azienda la cui sede è a Norimberga, per anni ha raccolto illegalmente dati sensibili finiti poi nelle mani dei propri manager e utilizzati nella gestione del personale. Una sorta di effetto collaterale del “capitalismo della sorveglianza”, perché la stragrande maggioranza dei dati che lasciamo nelle nostre attività online, da Google ai social, sono la materia prima che permette ai giganti del Web di indirizzare i nostri consumi e perfino di anticiparli, arrivando a modificare, a manipolare i comportamenti, sia d’individui singoli che di gruppi.

Oggi, il possesso d’informazioni sensibili, coincide in tutti i campi con l’esercizio e il consolidamento del potere. Una pratica che il più delle volte è portata avanti in maniera subdola proprio come nel caso di H&M. I membri del personale dopo essere stati in congedo per malattia o in ferie erano puntualmente invitati a un “colloquio di bentornato”, un incontro che veniva registrato in maniera tale che poi le informazioni raccolte risultassero utili a “ottimizzare” il lavoro e il rendimento degli impiegati dell’azienda.

Quella inflitta ad H&M, già in passato coinvolta in scandali legati alle condizioni di sfruttamenti dei suoi lavoratori, è la più alta sanzione per tali violazioni stabilita in Germania da quando è entrata in vigore la legislazione dell’Unione europea del 2018 e la seconda più alta del suo genere in tutto il continente dopo che la Francia aveva multato Google per 50 milioni di euro lo scorso anno.

Per rimediare al danno d’immagine, l’azienda d’abbigliamento ha subito fatto sapere che i lavoratori coinvolti riceveranno una compensazione finanziaria, eppure, le parole con le quali l’azienda ha scelto di fare ammenda suonano comunque un po’ stonate: “L’incidente ha rivelato pratiche per il trattamento dei dati personali dei dipendenti che non erano in linea con le linee guida e le istruzioni di H&M, H&M che si assume la piena responsabilità e desidera scusarsi senza riserve con i dipendenti del centro servizi di Norimberga”.

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