Il pomposo Pompeo contro il Vaticano

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Che Donald Trump avesse litigato con mezzo mondo come un bambino capriccioso già si sapeva. Musi duri con Francia e Germania, legnate alla Cina, insulti alternati a lisciate di pelo con la Corea.

L’agire in politica estera del presidente USA sembra tutto meno che diplomatico, anzi, a volte sfugge anche la logica che sta dietro al Trump-pensiero. Ora riesce, a un mese secco dalle elezioni, a far infuriare anche il Vaticano, che non è proprio uso a incazzature diplomatiche.

Alla base, le dichiarazioni del segretario di Stato Mike Pompeo, quello che aveva fatto, insieme a Cassis, una fugace visita anche in Ticino, i “buoni” rapporti del Vaticano con la Cina. Pompeo aveva scritto: “Dovesse rinnovare l’accordo, il Vaticano metterebbe a rischio la propria autorità morale.”

Che siano gli Stati Uniti e la peggior amministrazione nell’ultimo secolo a dare lezioni di morale, farebbe ridere se non fosse per il fatto che a darle è la maggior potenza mondiale. Potenza mondiale che si appresta ad affrontare probabilmente una delle peggiori tornata elettorale della sua storia.

Pompeo si è permesso di bacchettare sulle dita la Santa sede, violando i protocolli diplomatici ed attaccandola sull’editoriale della rivista cattolica conservatrice First Things. Lo aveva fatto in seguito ai recenti accordi tra Cina e Vaticano per l’ordinazione dei sacerdoti.

La stizza del Vaticano si è espressa con parole poco velatamente democratiche del “ministro degli Esteri”, monsignor Paul Richard Gallagher che ha parlato senza remore di tentativo di strumentalizzazione del Papa a scopi elettorali.

Vero è, che comunque il nuovo corso vaticano, che sembra perlomeno aver ritrovato la sua vocazione alla carità e aver riportato il suo sguardo sugli ultimi della Terra, non è particolarmente favorevole a Donald Trump. Molto diverso era per un altro papa, Carol Wojtyla, che ha invece assecondato per tutto il pontificato istanze conservatrici, di destra e addirittura fasciste e dittatoriali, come quando incontrò Augusto Pinochet, dittatore cileno, uno dei peggiori boia del ventesimo secolo.

Il Papa si è inoltre rifiutato (proprio per evitare assist strumentali durante le elezioni, e questa è prassi vaticana) di incontrare Pompeo. D’altra parte, il segretario di Stato Usa, sempre per protocollo, avrebbe dovuto incontrarsi col suo omologo, e non direttamente col pontefice.

Tutto questo circo d’arroganza a cui ci ha abituati negli ultimi anni l’amministrazione USA in carica, da proprio l’impressione di una frenetica corsa ad accaparrarsi quanti più testimonial possibile. Questo perché una buona parte dell’elettorato di Trump è cristiano, anche se le frange più oltranziste sono quelle evangeliche della Bible Belt*.

Stavolta però, nessun aiuto verrà da Dio, perlomeno dal Dio cattolico, che negli ultimi anni si è spostato un po’ più a sinstra del solito, sempre ammettendo che i valori cristiani siano di sinistra. Di certo però, la pietà, l’accoglienza, l’attenzione ai più poveri non sono istanze della destra liberista che ha portato Trump allo scranno della presidenza.

*Bible Belt: letteralmente “cintura della Bibbia”. è un’area culturale degli Stati Uniti così denominata per la presenza di una grande percentuale di persone che professano religioni del protestantesimo cristiano, per lo più appartenenti al movimento evangelico.

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