Infermieri al collasso? Non è un forse

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Abbiamo un problema serio, che non è il Covid, almeno in senso stretto. Il problema è il rischio di collasso del personale sanitario. Perché le ospedalizzazioni, i tamponi e la cura dei malati non avvengono da sole.

Quelli che fino a ieri erano osannati come angeli, come indefessi lavoratori disposti a sacrificarsi per la collettività, sono stati dimenticati in fretta. D’altronde in una società cannibalica e frenetica come la nostra, qualsiasi cosa viene incamerata, metabolizzata e digerita in fretta. Troppo in fretta.

Una volta finita l’ansia da Covid, in estate, tutti ci siamo dimenticati della gente che si è fatta un mazzo spaventoso, con turni di dodici ore, vivendo tutto il giorno con una mascherina appiccicata alla faccia mentre noi ci lamentiamo per doverla portare nei negozi per un quarto d’ora.

Pieni di buoni intenti li abbiamo ringraziati, osannati e portati in palma di mano per qualche settimana, poi però ci siamo dimenticati della cosa più importante, che quelle persone avrebbero avuto diritto a un ringraziamento più tangibile, fatto di sgravi dei turni, di aumenti salariali, di maggior considerazione.

Perché semplicemente non è possibile pretendere di gestire persone che occupano una parte sensibile delle nostre infrastrutture sanitarie come se fossero a una catena di montaggio, regalandogli un cestone omaggio a fine anno per poi ricominciare a sfruttarle il giorno dopo. E lo dicono già chiaro sin d’ora, gli infermieri, gli operatori sanitari e i sindacati: non si riuscirà a reggere ancora una volta una massa di malati come quella della prima ondata.

Costringiamo truppe già provate dall’ultimo attacco nemico, gente che è stata in trincea settimane, tra fango, sudore e fischiare di pallottole, con l’ansia e la paura di non reggere, a riorganizzarsi e prepararsi per un nuovo attacco.

Un nuovo attacco ancora più duro e virulento del primo, con gli stessi mezzi e le stesse forze di prima. Questo è inaccettabile. È disumano. La curva ascendente del virus, che può impaurire o no, si tradurrà giocoforza in tamponi, controlli, ospedalizzazioni, degenze più o meno lunghe, ricoveri in cure intense e decessi.

Non è un forse, è una certezza. Ed è anche una certezza che un sistema sanitario oberato è forzatamente frettoloso e ha meno tempo di occuparsi delle degenze “normali”. Non è un caso che durante la prima ondata di Covid, in tutto il mondo, sono aumentati i decessi per altre malattie. Semplicemente la cura e l’attenzione degli altri casi non possono essere altrettanto precisi.  

L’esortazione ad essere ubbidienti e attenti è logica ma anche inutile. Nessuno vuole un nuovo lockdown e nessuno vuole vedere morire persone a decine nei nostri ospedali come durante la prima ondata. Una certezza però c’è, al saldo delle parole e delle chiacchiere, qualcosa per aiutare chi lavora nel settore sanitario va fatto. Anzi, andava fatto già mesi fa, quando c’era il tempo per grattarsi la panza al sole. È una questione di volontà politica, di onestà intellettuale e anche di sano egoismo, perché se loro collassano noi moriamo.

Costringere il personale sanitario a dover sopportare una nuova ondata di malati di Covid è ingiusto e inumano, ma d’altronde è la vita ad essere ingiusta. Le azioni degli uomini no, quelle non sono inevitabili. E oggi, anche se è tardi, vorremmo che le belle parole sugli angeli e stupidate del genere si traducano in qualcosa di tangibile e serio. Perché questa non è la prima epidemia e non sarà l’ultima.

Tangibile e serio vuol dire parlare con operatori sanitari e sindacati, decidere insieme cosa si può fare, andare domani in parlamento e far votare cambiamenti sostanziali, sempre che siamo in tempo, per evitare perlomeno il tracollo di persone che hanno dei limiti umani. 

Vorrei che ci fosse gente che si indigna per queste cose, e non per le mascherine obbligatorie o per l’apertura delle scuole. Perché domani sarà qualcuno di loro, terrorizzato in ospedale, con infermieri che lavorano come zombi che gli ronzano attorno.

E allora con l’indignazione ci si potrà pulire i pavimenti delle sale rianimazione.

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