Morire di lavoro? No, grazie

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Il lavoro nobilita, certo, ma ammazza pure. Tanto e troppo spesso. Ogni giorno nel mondo sono circa 5’500 le donne e gli uomini che muoiono a causa di incidenti sul proprio posto di lavoro o di malattie correlate ad esso.

Non fare il… karoshi

C’è un termine coniato in Giappone nel 1969, “karoshi”, che sta a significare “deceduto per il troppo lavoro”. E il Sol Levante è uno tra i pochi Paesi al mondo in cui questa definizione di morte, causata da una vita estenuante da un eccessivo sforzo e stress, è riportata nelle statistiche delle cause di morte. Una categoria che raggruppa anche i suicidi e tutte quelle morti più o meno improvvise dovute alle insufficienti cure e attenzione a causa della mancanza di tempo libero per andare dal medico. In Giappone ogni operaio lavora in media due ore in più rispetto al suo orario ordinario. Turni di lavoro massacranti e pressioni psicologiche sono causa di infarti, ictus, emoraggie cerebrali, insufficienza cardiaca e di tutte quelle patologie cerebro e cardiovascolari per le quali, proprio in Giappone, ogni anno si registrano 35’000 vittime nella fascia che va dai 20 ai 60 anni. Si stima che un terzo di questi decessi siano da ricondurre al karoshi.

Cosa si dice in città

Che siano i lavoratori giapponesi, i colletti bianchi cinesi oppure gli operai del resto del mondo, che siano morti per il troppo lavoro o per un incidente sul luogo del proprio impiego, esiste fra loro un comune denominatore. Sempre di lavoro si muore. Sono infatti circa 2,2 milioni le persone che ogni anno nel mondo muoiono così. E qui da noi quante sono le persone morte per il troppo lavoro nella più totale indifferenza o, nel migliore dei casi, con un trafiletto sul giornale? In Italia, da inizio anno, nonostante il tempo di chiusura imposto dal lockdown, sono state 830 le vittime del lavoro. E anche in Svizzera, sia per insufficiente sicurezza, disattenzione o per norme non rispettate, negli ultimi dieci anni, ogni tre giorni muore una persona. Un numero più alto anche rispetto a Germania e Francia.

Lavorare per vivere o vivere per lavorare?

Morire di vecchiaia o comunque di morte naturale è diventato un lusso in una società che tende sempre più al profitto esasperato e che di conseguenza ritiene la velocità un elemento fondamentale. Tutto ciò si rispecchia anche nel mondo del lavoro, dove pure lì, per essere al passo coi tempi, tutto deve essere fatto subito. O anche prima di subito. Purtroppo, a volte, agendo in questo modo ci si dimentica delle piccole cose che ti possono cambiare e salvare la vita, come fermarsi a pensare e mettersi in sicurezza. “Tanto non è mai successo nulla”, e invece l’esperienza ci mostra che nel 75% degli infortuni professionali mortali, almeno una regola vitale non è stata rispettata. Ci viene chiesto sempre di più e forse ci si dimentica che siamo solo delle persone e non degli automi che possono produrre senza sosta. Noi, quello che facciamo, se non è fatto bene, rischiamo di pagarlo con la vita. Un costo troppo alto perfino per chi vive solo per il lavoro.

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