Non è alla pancia che lo Stato deve giustizia

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Tiene banco in questi giorni il caso del 27enne di Lugano condannato, per la seconda volta, per aver adescato minori sul Web offrendo regali di varia natura in cambio di prestazioni sessuali. Molte le perplessità, soprattutto sui social, sulla pena considerata troppo lieve e sul fatto che l’uomo non andrà in carcere ma seguirà un trattamento terapeutico stazionario. Ma fino a che punto è legittimo, in uno Stato di diritto, reclamare punizioni esemplari?

Sul perché il 27enne, recidivo, non finirà dietro le sbarre, è, come riporta il Corriere del Ticino, il giudice stesso a parlare, riferendosi alla prima condanna del 2015:  “già allora la Corte aveva espresso l’auspicio che l’imputato seguisse una terapia. Ora sta seguendo un trattamento ambulatoriale in carcere, ma non è sufficiente, malgrado qualche segnale incoraggiante, perché alla sua scarcerazione non sarebbe più obbligato a proseguirlo e potrebbe decidere di smetterlo, concretizzando un alto rischio di recidiva. Necessita pertanto di un trattamento stazionario”. Perché, mettiamocelo in testa, anche se di questi tempi sembra decisamente un’unpopular opinion, è questo che uno Stato di diritto, un Paese civile fa: riabilitare il reo, e metterlo in condizione di non commettere nuovamente lo stesso reato e di reinserirsi nella società, eventualmente sottoponendolo alle cure necessarie se il reato è frutto di un qualche tipo di disturbo. Questo è il principio chiave di ogni ordinamento civile, venendo meno il quale restano i processi sommari e i linciaggi pubblici. E questo anche se il reato suscita soggettivamente orrore. 

È vero, e bisogna ammetterlo fuori dalla retorica, siamo esseri umani, con un cervello ma anche con una pancia, ed è legittimo che essa ci suggerisca reazioni istintive ed emotive: anche il sottoscritto, notoriamente pacifico e tollerante, di fronte a certi crimini odiosi, magari potrebbe nutrire pensieri violenti verso il reo, e obiettivamente nessuno può essere biasimato se, nel suo intimo, si aspetta che l’autore di reati odiosi come quelli coinvolgenti minori subisca una punizione esemplare. Ma, ed è qui l’enorme differenza con altri tipi di regimi e comunità, lo Stato non può e non deve in nessun modo ascoltare la pancia o l’emotività, e farsi esso stesso giustiziere. Perchè , semplicemente, sbattere una persona in galera per innumerevoli anni, al netto di discorsi sulla funzione dissuasoria delle pene elevate che lasciano il tempo che trovano, non serve a nessuno: non alle vittime, che ormai hanno subìto il torto e non potranno comunque  avere riparazione, né tanto meno al reo, al quale verrebbe negato quel diritto alla riabilitazione tramite espiazione della pena previsto in ogni Costituzione di ogni Paese civile. Giova, semmai, ai bassi istinti del popolo, quello pronto un tempo a innalzare patiboli improvvisati sulle piazze, oggi a invocare processi sommari e pene capitali sulle pagine social: alla pancia, non alla testa.

A cosa servirebbe chiudere in una cella questa persona (perché è considerarla ancora tale che ci rende uomini e non selvaggi), anzichè sottoporlo alle terapie necessarie per curare il disturbo che lo ha portato a compiere il reato? Qual è il senso di una pena puramente punitiva, che siano ere geologiche di carcere, o la tanto vaneggiata castrazione chimica, o la sempre in voga pena di morte, se non quella di mettere in atto, diciamolo pure, una vera e propria vendetta collettiva? 

È vero, è facile fare determinati ragionamenti di fronte a un caso simile, tutto sommato decisamente più lieve rispetto a una vera e propria violenza e considerato che non si tratta di bambini ma di adolescenti di età non lontana da quella adulta (sull’ipersessualizzazione della società che porta un adolescente ad accettare regali in cambio di sesso potremmo scrivere fiumi di parole, ma non è questo il punto né tanto meno, lo dico chiaramente a scanso di equivoci, un’attenuante). Probabilmente, e va ammesso senza ipocrisia né buonismi, sarebbe molto più difficile sostenere queste tesi nel caso di un vero e proprio pedofilo, di uno stupratore di bambini, senza avere l’istinto di invocare una giustizia sommaria e dolorosa. Ma per quanto disgustoso e moralmente ripugnante possa apparire questo principio, va fatto uno sforzo di comprendere che ogni criminale, salvo il caso in cui sia considerato obiettivamente pericoloso e totalmente refrattario alla terapia (ma è sempre una legge a stabilirlo),  ha diritto alla redenzione o, nel caso il suo comportamento sia patologico, alle cure necessarie al suo reinserimento in società. E non si parla di perdono, o di scelte che attengono esclusivamente alla soggettività delle vittime offese e ai loro sentimenti. Qui si tratta di difendere non il pedofilo o lo stupratore, come qualcuno potrebbe pensare, ma le basi stesse del nostro vivere civile: senza questo sforzo, obiettivamente spesso difficile, a volte quasi inconcepibile, il passo successivo è il ritorno ai linciaggi. Lasciamo dunque sfogo alle reazioni di pancia, è legittimo e umano, ma rendiamoci conto che non è ad essa che lo Stato di diritto deve rendere ragione o giustizia.

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