Pepe Mujica e Trump, il gigante e il nano

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Pepe Mujica, l’ex presidente dell’Uruguay, ha annunciato pochi giorni fa il suo ritiro dalla politica. La sua storia è una storia esemplare d’impegno politico che arriva da molto lontano, speso a favore dei poveri e dei diseredati. Infatti, all’inizio degli anni Sessanta, sulla spinta della rivoluzione cubana, fondò con altri compagni, il gruppo guerrigliero “Movimento di Liberazione Nazionale Tupamaros”. Le sue idee politiche gli costarono dodici anni di carcere duro, ovvero per tutto il periodo che una feroce dittatura fascista governò il Paese (dal 1973 al 1985).

Quando tornò la democrazia fu eletto deputato, fu leader del Movimento di Partecipazione Popolare e nel 2009 fu eletto presidente della Repubblica governando il paese sino al 2015. Durante il suo mandato oltre a una serie di interventi economici a favore dei lavoratori, ottenne la depenalizzazione dell’aborto, sostenne il riconoscimento dei matrimoni gay e la legalizzazione della marijuana.

Nel corso di tutti i suoi incarichi politici Mujica ha sempre devoluto gran parte del suo stipendio ad associazioni non governative e ai poveri trattenendo per sé l’equivalente di circa 850 franchi perché conscio che “in Uruguay moltissima gente vive anche con meno di questo”. Quando fu eletto a capo della Repubblica rinunciò ai fasti del Palazzo presidenziale continuando a vivere nella sua modesta casa alla periferia di Montevideo e a guidare personalmente il suo Maggiolino azzurro al punto da essere soprannominato “Il presidente più povero del mondo”.

Donald Trump, l’attuale presidente degli Stati Uniti, con il suo atteggiamento e le ultime notizie sulle sue prodezze fiscali fa quasi da contrappasso all’ex presidente dell’Uruguay. Secondo il New York Time il capo della Casa Bianca “ha debiti in scadenza per 421 milioni di dollari e potrebbe aver frodato il fisco chiedendo un rimborso da 72 milioni”. Nel 2016, anno della sua elezione, Trump aveva pagato in totale “ben” 750 dollari di tasse, così come per il 2017. Per dieci anni dei quindici precedenti non aveva pagato nulla, a causa delle ingenti perdite delle sue imprese. In altre parole il business andava così male, che il rosso dei conti era tale da non giustificare alcuna pretesa da parte del fisco.

Solitamente il presidente degli Usa rende pubblica la sua dichiarazione dei redditi non solo per far conoscere agli americani la sua ricchezza, ma soprattutto per evitare il sospetto di conflitti d’interesse. Durante la campagna del 2016 Trump si era rifiutato di farlo, usando come scusa che era sotto ispezione da parte del fisco americano. L’impressione però è quella che la candidatura presidenziale sia stata una trovata per risollevare le sorti della propria azienda. Anche in Italia, vent’anni prima, un signore di nome Berlusconi fece lo stesso e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Ovviamente gli avvocati di Trump giurano che lui ha pagato il dovuto e lo stesso Trump bolla quanto affermato dal giornale come un una fake news. Gli studiosi della politica americana escludono che queste informazioni modificheranno l’intenzione di voto dei repubblicani a novembre. Più probabilmente potranno convincere qualche cittadino che aveva deciso di non recarsi alle urne ad andare a votare si spera per il candidato democratico.

Mujica dal canto suo ha dichiarato che lascerà la politica a ottobre per sua libera scelta tra il dispiacere della stragrande maggioranza degli uruguayani e non solo. Trump lascerà la Casa Bianca a novembre perché gli americani non saranno così stupidi da fare lo stesso errore due volte e il resto del modo finalmente tirerà un sospiro di sollievo. Tutta la storia di Mujica parla di speranza: figlio di madre ligure rappresenta la vittoria dell’integrazione e della multiculturalità. Ha combattuto per la libertà e l’uguaglianza delle opportunità pagando sempre di persona per le sue scelte.

Tra sono gli insegnamenti che Mujica ci lascia forse i più importanti sono: l’aver saputo traghettare il suo movimento di guerriglia, i Tupamaros, nella società democratica nata dopo la dittatura facendolo diventare la parte più importante della sinistra unita uruguayana, l’aver introdotto in politica un modello di etica di cui si è persa la memoria e infine, il sapersi fare da parte. Il presidente più povero del mondo lascerà il suo seggio senatoriale e la politica tra pochi giorni per ragioni di salute: “Amo la politica ma amo ancora di più la vita. Devo gestire bene gli ultimi minuti che mi rimangono”. Perché la dignità non si misura con la quantità di potere e di soldi. Già.

Sheik árabe oferece 1 milhão pelo Carocha do presidente mais pobre do mundo  - ZAP

“… a guidare la vita di ciascuno deve essere il principio della sobrietà, concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui che però ti tolgono il tempo per vivere… Lo spreco è invece funzionale all’accumulazione capitalista che implica che si compri di continuo (magari indebitandosi sino alla morte).”

Lunga vita a Josè “Pepe” Mujica!

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