Qualcuno volò sul nido del cuculo

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Randy P. McMurphy è ancora oggi, a 45 anni dall’uscita del film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, uno dei personaggi più incredibili, ironici, umani e ribelli della storia del cinema. Questa pellicola di Milos Forman merita a pieno titolo di essere stata inserita per la conservazione nel National Film Registry statunitense tra le migliori pellicole di tutti i tempi.

Interpretato da Jack Nicholson, che consacrò la sua carriera con l’Oscar come migliore attore, il personaggio di Randy è quello di un uomo che finisce in manicomio fingendosi pazzo. La struttura deve stabilire se lui è un simulatore o se è veramente fuori di senno. Un dubbio che accompagna lo spettatore per tutto il film.

Randy finisce per diventare una specie di leader ribelle e sobillatore all’interno dell’ospedale, finendo per farsi fare un elettroshock. Progetta alla fine un’evasione con “Grande Capo”, un enorme nativo americano che si finge sordomuto, tentativo che fallisce perché Randy si fa trovare dalle infermiere completamente ubriaco dopo la “festicciola” d’addio. Il suicidio di uno dei pazienti che Randy aveva a cuore porta alla sua aggressione omicida nei confronti della capo infermiera, ritenuta, coi suoi metodi duri e inflessibili, la responsabile.

Randy, ormai ritenuto folle e pericoloso, viene lobotomizzato con un’operazione chirurgica, perdendo completamente la ragione. Sarà “Grande Capo” a ucciderlo soffocandolo con un cuscino per dargli una libertà che non aveva potuto avere. Alla fine del film, l’indiano fugge dal manicomio sfondando la finestra con un grosso lavabo di marmo. La fuori c’è l’agognata libertà, verso il Canada.

“Qualcuno volò sul nido del cuculo” è l’amara constatazione dell’abbandono dei malati negli ospedali psichiatrici. Solo tre anni dopo, in Italia, venne varata la legge Basaglia, che di fatto chiudeva queste carceri per malati mentali. “Qualcuno volò sul nido del cuculo” è una pellicola ironica ma soprattutto dolorosa, di quelle che ti scavano nelle viscere e che ti chiedono disperatamente di tendere una mano che non puoi dare. Il film fu tratto dal libro di Ken Kesey, che fu volontario presso Veterans Administration Hospital di Palo Alto, in California e riportò nel romanzo le sue esperienze.

“Qualcuno volò sul nido del cuculo” si rifà a un’espressione gergale statunitense, dove il “nido del cuculo” è il manicomio. Colui che vola, che sogna, che dà speranze a malati annichiliti da una ferrea disciplina e da un sistema oppressiva è il deus ex machina Randy-Nicholson, che nella sua follia lucida o nella sua lucidità folle, diventa il perno della ruota attorno alla quale i malati evadono perlomeno con la mente, quando non fisicamente.

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