Quando la violenza è doppia

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Mettiamoci nei panni di una donna che è stata maltrattata, picchiata o peggio abusata e che ora, dopo aver trovato il coraggio e la forza di ribellarsi alla violenza subita, si è rifugiata in un centro di accoglienza. Immaginiamo che quest’ultimo si trovi in un quartiere della “Roma bene” e che ora, proprio ora mentre stava lentamente mettendo ordine nella sua vita, in quel luogo i vicini non la vogliono più. Metti pure che non sarà la prima e neppure l’ultima che si sentirà rifiutata da chi la crede colpevole o in parte responsabile del suo amaro destino.

Quelle donne ci deprezzano le case

È notizia di questi giorni che ai Parioli, un quartiere a nord di Roma, in una palazzina requisita alla mafia, dovrebbe insediarsi un centro d’accoglienza per donne maltrattate, ma i proprietari degli stabili della zona si sono mobilitati contro quest’ipotesi vista che la presenza di un centro d’accoglienza per donne vittime di abusi sarebbe responsabile del probabile deprezzamento del valore delle loro case. “Via da qui, ci deprezzate le case”. Questo si sono sentite urlare da alcuni condomini. Una struttura nata in un appartamento sottratto alle mafie. Eppure con la presenza della criminalità organizzata non c’era mai stato nessun problema o protesta. È solo ora che, a queste donne, viene addebitato l’amaro conto. Essere state picchiate non può essere una colpa e neppure una vergogna. Semmai sono gli altri a doversi vergognare respingendo anziché accogliere e proteggere chi scappa dal proprio carnefice.

Contagiano i nostri figli

Noi in quel palazzo non le vogliamo. Non sia mai che un giorno i nostri figli dovessero trovarsi in classe con i bambini di quelle donne, ci sono pure molti studi di professionisti in zona, ne risentirebbero anche loro”. Persino la presidente di Telefono rosa, Maria Gabriella Cernieri Moscatelli, durante un sopralluogo nella struttura d’accoglienza voluta per ospitare cinque donne e i loro figli è stata accolta in malo modo, poi commentando così l’accaduto: “Per i condomini le donne sono considerate una scocciatura. È una questione culturale e di mentalità, pensano che non facciano parte del loro mondo. Sentire offendere persone che già in passato sono state trattate male, è un dispiacere enorme”.

Non c’era una volta Casa Faro

Ma la cosa non è certo nuova o un’esclusiva italiana. Ricordate il progetto di casa Faro a Tegna verso la fine degli anni Novanta? Una struttura che, se non fosse stato per la forte reazione di rifiuto degli abitanti, avrebbe accolto dei malati terminali di AIDS. Le ostilità e l’ostruzionismo sono invece stati tali da indurre i promotori a rinunciare. Ricordandomi del polverone sollevato al solo pensiero che tali malati potessero soggiornare nelle Terre di Pedemonte, ho contattato Vittorio Degli Antoni coordinatore di “Zonaprotetta” (“Aiuto AIDS Ticino” fino al 2014) e assieme abbiamo ripercorso quei momenti di tensione. I residenti non riuscivano neppure a concepire che dei malati potessero passeggiare nei medesimi boschi dove loro portavano i figli a spasso, che si sarebbero potuti sedere sulle stesse panchine a leggere un libro o che avrebbero potuto ammirare lo stesso panorama. Addirittura c’era il timore che gli escrementi dei malati terminali in qualche modo astruso potessero inquinare le fognature, permettendo così al virus di diffondersi e infettare tutti quanti. Prevalsero la paura e l’isteria sul buon senso e i promotori gettarono la spugna approdando verso altri lidi più accoglienti. Anche in quel caso la ferita e il dolore furono doppi e più profondi. Il progetto si concretizzò a Cevio dove rimase per alcuni anni. Nel frattempo le persone sieropositive diminuirono sempre più e ora Casa Faro a Riazzino è una struttura famigliare di accoglienza.

Tutto il mondo è paese

È allucinante questo atteggiamento, il progetto va avanti e il servizio sarà aperto: è una questione di civiltà e giustizia – ha commentato l’assessora alle politiche sociali, Paola Chiovelli a margine della vicenda romana – è un immobile sequestrato alla mafia, tra quelli messi a bando per iniziative di solidarietà sociale. Non capisco le proteste. Per il municipio si va avanti, lotteremo fino in fondo per quella casa rifugio, per i diritti di quelle donne. I condomini avrebbero forse preferito dei vicini mafiosi?”. Evidentemente sì. Tutto ciò in nome della paura. Una paura che condita da ignoranza, ipocrisia e una totale assenza di empatia, crea un piatto indigesto, un cocktail micidiale.

E al dolore, alla malattia o alla violenza subita si aggiunge un’altra ferita. Anime accartocciate costrette a togliere il disturbo e a incamminarsi ricurve e a testa bassa, sotto il peso della stanchezza. Stanche di combattere con la violenza del mondo e a volte anche stanche di vivere. Se ne andranno senza dire una parola, aggrappandosi alla dignità che gli è rimasta, perché almeno loro una dignità ancora ce l’hanno.

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