USA Civil War II/13

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Nota della Redazione:

Cari lettori, presentiamo, a puntate, un’operazione audace e temeraria, quella di Alessandro Boggian (già presidente dei Verdi ticinesi), un racconto di fantapolitica che ha i giorni contati. Boggian infatti si cimenta e si lancia, spericolato narratore, nella cronaca delle elezioni americane, che avranno luogo a novembre di quest’anno. Un racconto che GAS accoglie di buon grado anche perché in grado di evocare fantasmi che dormono da decenni nelle anime delle forze progressiste mondiali.

Una cronaca che seppur nell’ambito della fantapolitica, mantiene saldo un fil rouge realistico un racconto che, nella sua agghiacciante plausibilità, fa venire i brividi e ci fa sperare che i fatti, stavolta, non sfoceranno nella fantasia come purtroppo spesso accade. Un’avvincente lettura che tiene davvero col fiato sospeso, un regalo estivo avvelenato, per tenere sveglie i nostri lettori e ricordare loro che anche nella requie agostinea, il male continua a serpeggiare infido e pernicioso nel sottosuolo della politica internazionale.

Buon divertimento.

2021 – Cronaca dell’inizio della Seconda Guerra Civile Americana (segue dalla precedente puntata: USA Civil War II/12)

Domenica 10 gennaio

Ormai non c’è più tregua, gli eventi si susseguono a cadenza continua e anche la domenica non è più sacra nemmeno per Trump, inteso nel senso che non esce più per giocare a golf. Ma a Washington fa troppo freddo per giocare a golf e questo al presidente non piace. Pertanto decide di giocare ai soldatini e comincia la giornata nominando l’attuale Segretario alla difesa da meno di due mesi, il brigadiere in pensione Anthony Tata, a Capo dello stato maggiore congiunto al post del generale a 4 stelle Mark Milley, il quale torna molto arrabbiato nella sua Massachussetts. Tata non perde tempo e ordina ai Marines stazionati a Washington di sottostare al suo comando diretto, ordinandogli di difendere la Casa Bianca e la base aerea di Andrews appena fuori Washington, che sarebbe invece sotto la giurisdizione delle Forze aeree. Il generale quattro stelle David H. Berger, comandante dei Marines e noto per avere ordinato nel febbraio del 2020 la rimozione di qualsiasi riferimento dei Confederati del sud dalle installazioni dei Marines, ordina invece ai suoi uomini di rimanere ai loro posti e di non seguire gli ordini di Tata, creando anche qui una situazione di stallo.

Quella stessa domenica i governatori di New York, Vermont, New Hampshire e di tutti gli stati atlantici dal Maine alla Carolina del Nord per un totale di 12 governatori decidono di riunirsi online in video-conferenza per decidere sul da farsi visto il comportamento del presidente in carica, anche se solo per altri dieci giorni, e la mancanza di azione da parte dell’attuale vice-presidente e presunto presidente dal 20 gennaio in poi Mike Pence, ancora rintanato ad indianapolis. Trump vede in questa azione un atto di tradimento e da ordine di mandare l‘esercito a occupare Boston, Baltimora e la capitale della Virginia, Richmond. Al contempo, l’esercito occupa la base aerea di Andrews senza che le truppe delle Forze aeree oppongano resistenza.

Lunedì 11 gennaio

Gli eventi di Washington gettano nel caos le Forze armate. Intere divisioni si dissociano da uno o dall’altro comandante in carica dello Stato maggiore. Di fatto le Forze armate sono divise in varie fazioni: chi rimane fedele al proprio comandante in capo, chi al presidente Trump, chi al capo appena estromesso da Trump, il generale Milley, e chi ai TAG degli stati. Il dissenso violento non si fa attendere e a Portland, il TAG che comanda la Guardia nazionale dell’Oregon, il generale a due stelle Michael Stencel, ordina alle milizie sotto il comando di Trump, di deporre le armi e rimanere consegnati in caserma. Questi si rifiutano e, dopo una breve battaglia, si arrendono e vengono internati. Le vittime sono però nell’ordine di un centinaio, la prima carneficina che annuncia tempi funesti a venire. I fatti di Portland causano decine di migliaia di dimissioni tra gli oltre un milione di militi delle Forze armate sul continente americano, ai quali si aggiungono i circa 200mila militi stazionati in oltre 150 paesi e territori all’estero, che si dividono anche essi in fazioni.

Senza guida rimangono anche le milizie federali denominate “Protecting American Communities Task Force (PACT)” (Unità operative a protezione delle comunità americane) composte da unità di sei forze di polizia federali quali le Guardie di frontiera, la Guardia costiera, il Servizio segreto e altri. Ufficialmente a guidarle è il potente capo del DHS (Homeland Security) Chad Wolf, ma di fatto ubbidisce ai comandi del procuratore generale (ovvero il ministro della giustizia) Bill Barr. Il fatto è che Bill Barr è sparito da Washington e non si sa dove è diretto. Solo le unità rimaste a Washington e New York rimangono fedeli a Trump.

A proposito di New York, la morsa di ferro imposto dalle milizie del PACT, coadiuvate da unità dell’esercito sotto il comando del generale McConville, ha costretto alla fuga diversi esponenti democratici. Tra questi spiccano l’ormai ex governatore Andrew Cuomo, sfuggito alle sue guardie, e la deputata Alexandria Ocasio Cortez, nonché il senatore del vicino Vermont Bernie Sanders, che si sono rifugiati in Canada dove raggiungono l’ex sindaco di New York, Bill de Blasio.

Martedì 12 gennaio

I TAG, ossia gli aiutanti generali degli stati della costa occidentale: Washinton, Oregon e California, in coordinazione col capo della Guardia nazionale generale Daniel Hokanson, assumono il comando di tutte le forze armate presenti nei tre stati. L’ammiraglio Gilday e il generale Brown, rispettivamente capi delle Operazioni navali e Forze aeree acconsentono tacendo. Lo stesso accade a Honolulu, dove l’esercito si distacca dal comando del generale McConville prestando giuramento al governatore delle Hawaii.

Ma la notizia clamorosa del giorno viene da Juneau capitale dell’Alaska, dove il governatore Mike Dunleavy annuncia l’indipendenza dagli Stati Uniti. L’annuncio viene fatto assieme agli ormai ex senatori Lisa Murkowski e Dan Sullivan che, assieme a Dunleavy, formeranno un triumvirato che governerà lo stato fino alle elezioni per la costituente. Le Forze armate presenti sul territorio, circa 20’000 truppe, prestano giuramento al nuovo stato. L’indipendenza dell’Alaska viene immediatamente riconosciuta dalla Russia e nei giorni seguenti dalla Cina, Iran, Siria, Cuba, Nicaragua, Nepal, Myanmar, Laos, Mongolia, Eritrea, Zimbabwe, Nauru, Venezuela e la Corea del Nord.

Il presidente Donald Trump dalla capitale ordina l’immediato intervento militare per rovesciare il triumvirato, chiedendo il bombardamento di Juneau, che ha una popolazione di poco più di 30’000 abitanti, senza escludere l’uso di ordigni nucleari. Va da sé che nessuno esegue il suo ordine, anche perché nessun missile è programmato per colpire Juneau, e le Forze aeree, a parte quelle presenti alla base di Andrews, sono ormai fuori dal suo comando.

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