Benvenuti nella Derry libera

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La scorsa mattina ho visto un tweet.

Molto innocente, da parte di una donna americana che si lamenta delle misure sanitarie necessarie a prevenire il contagio da Coronavirus. Parlava di una vacanza passata a Belfast in passato, di come fosse “tranquilla e serena, come a tornare indietro nel tempo agli anni 80”.

Certo, la proverbiale tranquillità di Belfast negli anni 80.

Ai giorni nostri, la disputa tra Irlanda e Regno Unito è percepita come pressoché conclusa, e tutti amici come prima. Ma nel nord del paese, ancora sottostante alla Corona, le cose non sono proprio risolte. Ancora oggi continuano le gambizzazioni, i pestaggi settari, gli attacchi alla polizia e le occasionali sparatorie tra formazioni paramilitari che rivendicano discendenza da controparti più antiche: Il “Nuovo esercito repubblicano” (New IRA – Irish Republican Army) e la “Forza volontaria di Ulster” (UFV – Ulster Volunteer Force). Per rinfrescarci la memoria sulla natura del conflitto, facciamo un piccolo salto indietro.

Risalire al momento in cui l’Irlanda viene occupata dai britannici serve a poco, dato che torneremmo indietro fino alle conquiste anglo-normanne del dodicesimo secolo. Balziamo quindi al 1916, quando i repubblicani irlandesi lanciano l’insurrezione di Pasqua. Piuttosto debole, viene schiacciata senza pietà dall’esercito imperiale e i leader vengono giustiziati.Nel 1919, un’Irlanda galvanizzata dalla brutale risposta degli inglesi prende di nuovo le armi. Per farla breve, dopo oltre due anni di combattimenti con migliaia di morti, viene istituito lo Stato libero d’Irlanda, che si separerà definitivamente dalla corona solo nel 1949.

Ma ora parliamo di propaganda: La strategia britannica durante la guerra fu fin da subito dipingere l’IRA come una forza anti-protestante, con l’intento di porre il Regno Unito come una nazione desiderosa di proteggere i protestanti ovunque fossero. E di conseguenza, far sposare ai molti irlandesi protestanti la causa unionista.

La stesura del trattato Anglo-Irlandese rivela la seconda fase di questo piano: le sei contee del nord a maggioranza protestante rimarranno in mano al Regno Unito. È segreto di Pulcinella che l’intento reale fosse privare la neonata repubblica delle ricche regioni norrene in modo da metterle i bastoni tra le ruote, ma al giorno d’oggi questo conta poco. Quello che conta sono le vestigia della narrativa che pose la guerra d’indipendenza come un conflitto religioso – un tipo di conflitto che raramente viene risolto in tempi brevi.

Entra quindi in scena Boris Johnson e la Brexit.

Ad oggi, tra Irlanda e Ulster vi sono accordi di libero passaggio, dato che il confine separa famiglie e amici. Ma Brexit pone i territori del nord di fronte a un crocevia: rimanere al fianco del Regno Unito significherebbe l’instaurazione di un confine “duro” tra le due nazioni irlandesi, il che fa infuriare i repubblicani cattolici. D’altra parte, spostarsi verso l’Europa non farebbe che spingere il confine sul mare, separando politicamente e economicamente l’Ulster dalla Gran Bretagna. Il che, come potete immaginare, spaventa gli unionisti protestanti.

Questo è alla base del ritrovato fervore nel conflitto. In un clima di incertezza e instabilità, le milizie stanno aumentando la loro presenza nei quartieri popolari – talvolta sostituendosi alla polizia per quanto riguarda, ad esempio, il problema della droga. È stata anche riattivata la sezione giovanile dell’esercito repubblicano, grazie ai nuovi sforzi di reclutamento tra giovani incerti e spaventati per il proprio futuro.

Stando alle parole di Marisa McGlinchey, professore di scienze politiche all’università di Coventry: “Brexit ha messo il confine irlandese sotto i riflettori in un modo che non si vedeva dal 1998, e numerosi “dissidenti” stanno provando a capitalizzare sulla conseguente instabilità per ottenere inerzia politica”

Le recenti misure di lockdown sembrano perlomeno aver alleviato il problema negli ultimissimi mesi, ma una cosa è certa: la storia della tigre celtica non è ancora finita.

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