Berna, quando la lobby sta nel manico

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Forse perché il Diavolo ci deve sempre mettere lo zampino, o forse perché il progetto s’era spinto troppo al di là delle intenzioni dell’ex Consigliere agli Stati socialista Didier Berberat, fatto sta che il Consiglio nazionale ha respinto il disegno di legge con il quale non si chiedeva altro che una maggiore trasparenza nelle attività dei lobbisti in Parlamento. Ma cosa significa “va ben oltre le intenzioni dell’autore dell’iniziativa parlamentare”, così come sottolineato anche da Marco Romano?

Forse vuol dire che ogni scusa è buona. Soprattutto quando ci sono di mezzo dei soldi o è il caso di fare affari. Anzi, ogni luogo, è buono. Ne sapeva qualcosa perfino il buon Gesù che, dopo aver perso la pazienza, si scagliò con violenza rovesciando le bancarelle dei mercanti che si erano spinti fin dentro il tempio. E se pure lui non è riuscito a mantenere la calma di fronte a un luogo di fede trasformato in un supermarket, posso solo immaginare la delusione di chi si è sempre battuto per cacciare i lobbisti da Palazzo federale.

Perché sapere chi, in parlamento, come un burattino è mosso dai fili dell’economia è sacrosanto. I cittadini devono poter sapere quali siano gli interessi e i politici che si nascondo dietro ai lobbisti che bazzicano il Parlamento. Sapere che Tizio o Caio difendono l’uso dei pesticidi, fanno gli interessi delle casse malati o dell’energia nucleare perché hanno dietro Monsanto o chissà quale altro gruppo di potere del mondo economico è indice di trasparenza. Altrimenti è soltanto una recita.

Al momento, tutti i deputati hanno la possibilità di far accreditare due persone esterne, siano essi collaboratori personali oppure rappresentanti di gruppi d’interesse. La bocciatura dopo quattro anni di lavoro di questa proposta non ha però sorpreso nessuno, non davvero. Se a parole la necessità di una maggior limpidezza è stata invocata da più parti, all’atto pratico, soprattutto pensando alla destra, una reale volontà di cambiare qualcosa appare alquanto sbiadita e più che altro di facciata.

Con la nuova normativa si intendeva istituire un registro degli accrediti in cui i lobbisti erano tenuti a indicare il nome del proprio datore di lavoro e i loro mandati. Inoltre solo un numero limitato di lobbisti avrebbe ricevuto l’autorizzazione ad accedere a Palazzo federale. Ma così non è stato. Del resto l’ONG Transparency International Svizzera lo aveva già denunciato in passato. La realtà svizzera è alquanto anomala.

Quando i nostri parlamentari discutono di un disegno di legge, integrano nel processo legislativo l’opinione e gli interessi di ben 1’700 aziende e organizzazioni. “In Svizzera, il lobbismo ha assunto dimensioni preoccupanti – ha ammesso Alex Biscaro, vice direttore di Transparency International per la Confederazione – il lobbismo non è trasparente, non regolato e non equilibrato, ciò che gli permette di influenzare, in maniera antidemocratica, la politica. Tale situazione aumenta pure i rischi di corruzione“.

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