Calze con scorlera a 140 euri

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A uno come me, che è sempre stato un po’ ribelle e rompiballe, pesa un po’ quando mi ritrovo a seguire degli schemi che riconosco come vetusti, o retrogradi.

E mi chiedo se sto diventando vecchio dentro o se c’è una logica nel mio ragionamento.

Facciamo una premessa: il mio abbigliamento giovanile non era impeccabile, anzi. Ricordo un vecchio e meraviglioso paltò grigio scuro, enorme, che mi arrivava quasi fino ai piedi, comprato alla Caritas per 5 franchi. Anche i miei amici avevano capi simili, e ci chiamavano evocativamente “i corvi”.

Oggi vedo i pantaloni sdruciti. E va bene. Vedo i pantaloni coi tagli. E va bene. Poi vedo quelli all’ultimissimo grido, totalmente sbrindellati, e lì faccio un po’ fatica. Allora il reparto geriatrico che risiede nella mia scatola cranica si agita. Perché cacchio, te li faccio io. Gratis. Tu compri un paio di jeans scontati a 20 cucuzze e poi io col taglierino te li modernizzo alla grandissima.



Che mi provoca inenarrabili e non lenibili pruriti è vedere quei jeans, che sono di marca, venduti a centinaia di franchi. Vero che li trovi anche per poco, ma probabilmente non sono abbastanza fighi, meglio quelli di Fendi o di Gucci. Ed è lì il problema. La mia anima proletaria, quella che mi prende a sberle quando faccio spese sceme e inutili (anche io le faccio, giuro), si rivolta schifata alla visione di un pantalone di Guess o Armani a 400 franchi al paio.


Per fortuna il web ci viene in aiuto, e il blog “mamme a spillo” – una degenerata pagina che porta avanti un triste ruolo di genere – ci spiega come realizzare in casa degli “originali” jeans strappati: “sei passi per creare jeans strappati fai da te”. (leggi qui sotto)


Il vantaggio è che, nel blog, potete anche scoprire qual è il segreto nei tacchi di Kate Middleton e potete scorrazzare impuniti nella sezione imperdibile di “gossip mamma”.

Ma sto divagando.

I pantaloni a brandelli che ricordano il superstite di un incidente aereo, sembravano l’ultima frontiera. Lo speravo ardentemente e la mia anima proletaria mi rassicurava. Peggio di così non può andare, da qui la coscienza umana si farà più consapevole. Ora si può solo risalire la china e trovare una nuova e più umile certezza.


Si sbagliava. L’altro giorno vedo le calze sdrucite e strappate (con la “scorlera”, come si dice in dialetto) fatte da Gucci. Non capisco poi perché tanta feroce polemica, costano solo 140 euro.

Ah, scordatevele se le volete comprare, sono già esaurite.



La mia anima proletaria piange, provo a consolarla ma è ormai un fiume in piena. Ripensa alle serate dove per ore, povere donne in preda alla vergogna, hanno cercato di nascondere l’inverecondo strappo. Ripensa ai cristi di mia moglie, quando si infilava una calza o un collant, e quella smagliatura infame, nata per colpa dell’anello o dell’unghia che partiva inconsapevole ma letale, a rendere inservibile il capo. “7 franchi buttai via!”

E allora mi sono detto che invece è un segno d’emancipazione: c’ho la calza rotta, embé? Cacchio vuoi? Non devo più pensare con angoscia alla rottura, alla smagliatura, anzi, la smagliatura diventa entusiasmante decoro, fantastico corollario di abiti a brandelli, che in quanto tali non si romperanno mai.

Questa è evoluzione, gente.

Allora prendo per la collottola l’anima proletaria, che non ha capito subito quale fantastico traguardo sociale fossero queste lavorazioni di capi di vestiario alla Freddy Kruger è la mando nell’angolo a riflettere su quanto il pregiudizio può far male.

E scopro con piacere di non essere poi così vecchio dentro. Anzi, chi vuole diventare mio socio? Intendo buttare sul mercato i calzini a mezza gamba già bucati!

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