Chiappini, triste storia di solitudini

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La storia di monsignor Azzolino Chiappini l’abbiamo sentita tutti. Una di quelle storie morbose, che stimolano i peggiori recessi della nostra psiche curiosa e sanguinaria, quella che cerca il fatto di cronaca nera e gioisce e si pasce dei fatti, passandoseli golosamente tra lingua e palato come caramelle.

Non è un accusa a nessuno, mi ci metto anche io. Gli ingredienti del Bloody Mary ci sono tutti, la Curia cittadina, l’anziano e prestigioso prelato, la donna segregata, l’appartamento in condizioni pietose e il velato ovvio, quello che pensiamo tutti, immaginando la donna succube oggetto sessuale del presule.

I fatti, quei pochi che conosciamo, sono lì nella loro crudità. 

La donna, si pensa finlandese, vivrebbe presso l’abitazione di Chiappini da dodici anni senza permesso. Se all’inizio la si scorgeva sporadicamente alle funzioni e il prelato la faceva passare per una cugina, col tempo la sua presenza si era fatta sempre più sporadica. In base a testimonianze anonime, la polizia si sarebbe recata presso la Curia, chiedendo discretamente informazioni e dopo qualche giorno, si sarebbe recata all’appartamento di Chiappini trovando la donna e un appartamento in uno stato di degrado e disordine evidente.

Da una parte c’è l’accusa di coazione e sequestro di persona, dall’altra, voci (non si sa da dove) che ritengono che la donna invece, col tempo avesse preso il sopravvento nella relazione, fino a trascinare il prelato nella sua particolare visione del mondo.

Saranno gli inquirenti e l’inchiesta a stabilire le colpe, se ce ne sono state e a fare luce su un fatto che lascia perlomeno basiti, attoniti.

Eppure, è proprio questa nostra società frenetica, sempre collegata e priva di contatti umani, a permettere deviazioni palesi, che non sarebbero possibili, ad esempio, in un paesino dove molti si conoscono tra loro. D’altra parte la Curia è praticamente un piccolo nucleo tribale, un villaggio nella città, dove difficilmente certe cose possono essere nascoste. È pure vero che se si denuncia, si denuncia un reato, e per farlo servono perlomeno delle prove oggettive, come evidentemente in questo caso.


Con tutta la confusione attuale, a noi rimane in mano una piccola e triste storia di miseria umana, di solitudine, di isolamento e dimenticanza. Una storia che vede coinvolto un fragile ottantenne, che si fatica ad immaginare truce carceriere di una donna con trent’anni meno di lui. Dall’altra, una donna che probabilmente ha cercato una sua dimensione in una fede stravolta di valori, in un uomo che le dava affidamento, in un fuggire dal mondo che conosceva per relegarsi in volontaria clausura se non magari convinta con sottili pressioni. Anche perché a quanto si sa, la donna non era prigioniera, legata o incatenata. Questo lascia aperte le ipotesi che entrano nell’insondabile labirinto della psiche umana e delle sue deviazioni e meandri, che sono sconosciuti ai più. Anche perché ieri don Chiappini era già stato scarcerato, anche se ancora sotto inchiesta

Una storia strana, che esula dai binari dell’orrore che solitamente conosciamo, per scivolare nella tristezza delle solitudini, nel rammarico del non essersi accorti prima o, nella peggiore delle ipotesi nella complicità di chi, potendo parlare, ha preferito tacere e nascondere come siamo ormai abituati a vedere.

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