Covid e anziani, le cure a che prezzo? 2a parte

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segue dalla puntata precedente.

Oggi sono in pensione, ma ho fatto l’insegnate per tutta la mia vita e sono cresciuto nella convinzione che la civiltà di un Paese si misuri in base ai diritti, alla dignità, ai servizi che sa garantire ai suoi cittadini. Da come li tuteli, soprattutto i più deboli. Gli ultimi. Per dirla alla Voltaire: dalla condizione delle sue carceri, ovvero dove sono recluse quelle persone che addirittura hanno danneggiato la società stessa. E la società non si vendica ma opera per il loro reinserimento.

Che società può mai essere quella che sceglie quale cittadino salvare e quale no, di fatto in base a quanto è gonfio il suo portafoglio? “Sveglia!” mi direte, “Scendi dalle nuvole! È già così in molte situazioni! Di cosa ti meravigli?”. Semplicemente non sono per nulla d’accordo sul fatto che uno Stato, una Società, entrambi con la esse maiuscola, possano decidere sulla vita e sulla pelle della gente in questo modo. Con questo terribile livello di disumanità. 

Fino a dove potremmo arrivare?  Fino a che punto saremo in gradi di spingerci? Le liste di chi è degno di vivere, e chi no, non sono poi molto distati da quanto accadeva ad esempio nella Germania della fine degli anni ‘30 del Novecento, quando qualcuno decideva se la vita di un disabile era degna di essere vissuta oppure doveva finire tra le esalazione di una camera a gas. 

Vi sembra un paragone troppo forte? Non voletemene e provate invece a immaginare o a chiedere cosa ne pensano quelli che di anni ne hanno ottanta, novanta o più, ai genitori con figli disabili, ai malati gravi, a quelli a cui rimane magari “solo” un anno di vita. Non so, non ho certezze da millantare, provo solo una profonda amarezza e tanta incazzatura.

Ma per non lasciarvi con l’amaro in bocca voglio chiudere con un bellissimo scritto che Fulvio Marcellitti, un “semplice” agente di polizia, ha pubblicato durante la primavera scorsa quando in Italia stava scomparendo una generazione di padri e di nonni. Tutte lo volte che lo rileggo mi prende un groppo alla gola e mi monta una rabbia che la metà basta.

“Se ne vanno. Mesti silenziosi come magari è stata umile e silenziosa la loro vita, fatta di lavoro e sacrifici. 

Se ne va una generazione, quella che ha visto la guerra, ne ha sentito l’odore e le privazioni, tra la fuga in un rifugio antiaereo e la bramosa ricerca di qualcosa per sfamarsi. 

Se ne vanno mani indurite dai calli, visi segnati da rughe profonde, memorie di giornate passate sotto il sole cocente, o il freddo pungente. Mani che hanno spostato macerie, impastato cemento, piegato ferro, in canottiera e cappello di carta di giornale. 

Se ne vanno quelli della Lambretta, della Fiat Cinquecento o Seicento, dei primi frigoriferi, della televisione in bianco e nero. Ci lasciano, avvolti in bianco e nero. Ci lasciano, avvolti in un lenzuolo, come Cristo nel sudario, quelli del boom economico che con il sudore hanno ricostruito questa nostra nazione, regalandoci quel benessere di cui abbiamo impunemente approfittato. 

Se ne va l’esperienza, la comprensione, la pazienza, la resilienza, il rispetto, pregi oramai dimenticati. 

Se ne vanno senza una carezza, senza che nessuno gli stringa la mano, senza neanche un ultimo bacio. 

Se ne vanno i nonni, memoria storica del nostro Paese, patrimonio dell’intera umanità. l’Italia intera deve dirvi GRAZIE e accompagnarvi in quest’ultimo viaggio con 60 milioni di carezze”.

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