Doris che cercava luce in fondo al tunnel

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Il dolore è stato maggiore perché non sapevo della sua malattia. Avevo visto Doris qualche anno fa quando aveva premiato i migliori sportivi ticinesi (una delle sue molte eredi, Lara Gut)a Lugano. In compagnia di Luca Pedrini, che aveva fatto la Coppa Europa arrivando alle soglie della Coppa del Mondo, le avevamo fatto i complimenti per la linea: Doris aveva sempre 2O anni, sempre lo stesso sorriso, sempre lo stesso pudore della gente delle valli, sempre la stessa affabilità. Sapevo di correre qualche rischio, ma ho osato la battutaccia: “passano gli anni ma il tuo baricentro non si è spostato di un millimetro”. S’è messa ridere come una matta. Già, che gran putiferio avevo sollevato 40 anni fa nel Paese Reale con l’unica domanda intelligente mai posta in 40 anni di Televisione (poi ne feci solo di banali), lei con quel fisico filiforme da mannnequin parigina in un mondo di ragazze molto più compatte e molto più adatte a vincere la forza centrifuga: “ti piacerebbe avere un baricentro simile a quello della Nadig, della Cindy Nelson, della Moser-Proell?” le avevo chiesto a Schruns, in occasione della prima vittoria. “Mi sono guardata allo specchio a 18 anni e mi son detta: fra 10 anni quando smetterò, mi guarderò ancora allo specchio e vorrò vedere la stessa Doris”. Bellissima risposta, mai più sentita da nessuno in ogni parte del mondo. E la nostra “vox populi”: “rozzo montanaro, non si chiede a una donna dove ha una certa parte del corpo”. Il baricentro, il centro di gravità, appunto. Per avere più stabilità, per modificare il proprio corpo c’erano due vie: con la prima si sollevano tonnellate di pesi, con la seconda i muscoli erano indotti dalla chimica, che proprio a quel tempo stava facendo disastri. I colleghi della Rai Pigna (scomparso di recente) e Oddo, i giornalisti lombardi e piemontesi mi chiedevano di quella strana figura che all’inizio sembrava in precario equilibrio ad ogni curva. Ma Doris, dotata di un talento normale, contro tutto e tutti sarebbe arrivata dove molti ragazze e ragazze ticinesi di talento analogo o maggiore non sono arrivati: rimanendo sempre se stessa in tutto e per tutto. Perché la sua forza mentale era formidabile. E qui sta il punto, qui sta l’importanza del suo percorso, che dovrebbe essere materia di studio in ogni scuola di sport, in ogni società sportiva; con grande umiltà, ma con grande caparbietà, con intelligenza, autocritica, autoanalisi continuò gara per gara a limare qualche angolo, a rendere la sua scultura umana sempre più adatta al fine: vincere la resistenza dell’aria, essere perfettamente aerodinamica. Ogni volta che usciva dal tunnel del Gottardo cercava un’altra dimensione, interna, continuava a lavorare su se stessa in cerca d’una luce, d’una illuminazione che le avrebbe permesso di trovare su ogni pista la linea ideale, quella linea che è un misto di razionalità, di studio del percorso metro per metro, e d’istinto. Chi pensa troppo in questo sport, non vince; “tiene” troppo. Chi invece “lascia correre” lo sci rischia di non poterlo più controllare. È proprio come quando si deve vivere; la giusta misura fra impeto giovanile e prudenza è un’impresa che non riesce a tutti. Quella misura che Doris trovò nel 1978 ai mondiali di Garmisch-Partenkirchen . In partenza era al massimo una “outsider” di fronte a gente come Marie-Therèse Nadig, Cindy Nelson, Rosy Mittermaier, le sorelle Epple. Doris aveva il numero due: arrivate al traguardo non poteva sapere nulla della sua gara. Io ero al debutto, per la prima volta sostituivo il grande Giuseppe Albertini. Ero molto meno pronto di Doris: emozionato, indeciso se fare una cronaca martellante, tipo calcio “Brazil”, o fare brevi interventi, lasciar parlare l’immagine: anche questa una questione di misura che ho impiegato molti anni a risolvere e forse non ho mai risolto. Una volta mi sono persino scusato con Doris per non averla celebrata in diretta: “non potevi sapere che avrei fatto il bronzo.” Incredibile la luciditá della ragazza che spianó la strada a due generazioni, che aprí le porte a un mondo diverso dal nostro, che indusse Michela Figini e Lara Gut a seguirla senza complessi, con un talento di base superiore al suo, e con una forza mentale inferiore, ma ugualmente coltivata e migliorata. Doris aveva anche smentito un pregiudizio che 40 anni fa ancora resisteva oltralpe: quello dei ticinesi che se non hanno la lasagna o lo spaghetto cotto giusto, reclamano; se un allenatore alza la voce o ti fa lavorare troppo corri a dirlo alla mamma, ecc. E poi, l’altra lezione: Doris smette a 25 anni dopo aver vinto la Coppa del Mondo di discesa. Stacca. Si sposa e si occupa della famiglia. Senza rimpianti, con la stessa forza, la stessa tenacia,la stessa umiltà e la stessa intelligenza che le ha permesso di raggiungere traguardi che nessuno dei nostri aveva mai raggiunto. E stata sconfitta da un nemico che nessuno può vincere. Ed è un ingiustizia: è la sorte che gli Dei, invidiosi forse, riservano agli umani, a certi specialmente. A meno che all’ultimo tunnel, quando si è certi di essere spofondati nel buio eterno appaia un’altra luce. Qualcuno pensa sia così. Pochi. Speriamo non sia solo un nostro ultimo, pietoso desiderio, un modo di prolungare una cara presenza.

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