E Maradona disse: “Siete troppo ricchi”

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Maradona l’ho incontrato una sola volta, per caso, nell’estate del 1987 a Zurigo in un momento di relativa calma, un’amichevole fra l’Italia e l’Argentina. Chi avrebbe immaginato che 3 anni dopo la partita fra queste due squadre al S.Paolo di Napoli gli sarebbe stata fatale.

Diego è al massimo della gloria, reduce dal goal del secolo, quando aveva percorso 60m in 10″45 palla al piede superando mezza squadra avversaria; aveva battuto da solo gli odiati inglesi della signora Thatcher che alle Falkland-Malvinas aveva umiliato i generali fascisti argentini. Molti ragazzi alle prime armi erano morti. Allo stadio Azteca, poco prima Shilton era stato anticipato e battuto con un gran balzo e un tocco di mano così fulmineo da essere sfuggito all’arbitro. La ” mano de Dios”. la vendetta divina, un gesto sommamente antisportivo, che in quel momento storico, apparve a molti giustificato.

Avevo già fatto il servizio di presentazione, ero solo, senza operatore, quando nei corridoi dell’Hardturm incrocio un Diego che si aggira in attesa di qualcuno, immerso nei sui pensieri, rabbuiato. Mi presento ma gli dico che non lo fermo per un’intervista, lo voglio solo salutare da calciatore fallito che calca i terreni spelacchiati del calcio minore, e ringraziare per quanto dà al calcio. Si rianima. Gli chiedo se ha avuto tempo di dare un’occhiata alla città: si rabbuia di nuovo: “siete troppo ricchi, state troppo bene”.

E poi sputa il rospo “sì, a te il calcio piace, ma agli svizzeri?” E io a spiegargli, tralasciando i romanci, (sarrebbe stato troppo…) che la Svizzera è diversa dall’Italia e dall’Argentina, è come mettere sotto uno stesso tetto tedeschi, italiani e francesi, ogni gruppo etnico con la sua testa. “Mamma mia”. Se viene nella bella Lugano o se andrà a Ginevra, l’aria che si respira sarà diversa.

Solo in questi giorni, sentendo il corrispondente della RSI Emiliano Guanella mi è parso chiaro ciò che avevo intuito: durante la passeggiata di rito alla Bahnofstrasse nessuno aveva riconosciuto e fermato quel moderno Dio. A Guanella, di cui era diventato amico, aveva detto: “due giorni in quel posto e mi suicido”.

Ci si può suicidare per solitudine, per totale mancanza d’attenzione, ma anche per eccesso di attenzione, quando la gente ti mette addosso panni che non sono tuoi, nei quali non sai come far respirare la tua pelle, non sai più chi sei.

Due anni dopo mi tocca l’andata di Napoli-Stoccarda, finale di Coppa Uefa. Un ragazzo d’origine napoletana che calca con me i terreni di periferia mi dice che suo fratello mi può fare da guida, e aggiunge: “conosce molti segreti, sa tutto di Maradona”. Che poi erano segreti di Pulcinella: al giornalista gli racconta l’edicolante che ti vende il giornale a titoli cubitali su Diego: (“di reti ne farebbe di più se…”), il barista, il tassista. Chi mi accompagna dice che nel calzaturificio guadagna qualcosa come 600 franchi al mese, ha un figlio di 3 anni e la moglie è incinta: è costretto a vendere le sigarette in nero al soldo di Giuliano: “solo sigarette?”. Chiama a testimone S. Gennaro. Niente droga, niente usura, niente riscossione del pizzo.

Mi dicono cose che non ho mai riferito, potevano essere, senza prove, solo voci, ma che poi, grazie ai documenti privati forniti dalla moglie Claudia al regista anglo-indiano Asif Kapadia si sono rivelate vere: Kapadia, nel lavoro che mezzo Ticino ha visto in anteprima a Locarno nel 2019, svela il lato oscuro di Maradona. “con “Lui” non farei un passo, dice il suo preparatore fisico Signorini, con Diego andrei in capo al mondo”. Con i sui compagni è estremamente generoso, altruista. Lo amano. Sapevano tutto, non hanno mai detto nulla, come Signorini che ogni mercoledì ha il compito arduo di recuperare Maradona dopo 2 giorni e due notti di stravizi, sesso e cocaina, nel regno del clan Giuliano. È completamente succube, nelle mani del boss di Forcella che lo usa per consolidare il suo potere e prevalere sull’altro clan, quello di Cutolo; feste private, fotografie di famiglia, cene con la guardia del corpo che appoggia la pistola sul tavolo (“mi sembrava di essere in un film su Al Capone”) dirà Maradona.

Diego non è un calciatore: è un artista circense, palleggia con il piede, il tacco, la spalla, la testa, e l’oggetto non è necessariamente sferico, può anche essere un’arancia bitorzoluta. A lui nessun allenatore ha mai detto ciò che un qualsiasi (sedicente) allenatore di ragazzi o di quinta divisone dice: “se ti vedo partire in “dribbling” la prossima volta non giochi. Se fai un metro più avanti, più a destra o a sinistra, nemmeno”. Lo schema soprattutto: il 4-4-2, il 4-1-4, il il 4-3-3. Il mantra degli ignoranti che sapendo contare a malapena sino a 10 (telecronisti, in parte ,compresi) credono di capire qualcosa di calcio.

La mano del destino incombe. Ai mondiali del 1990, la semifinale fra Italia e Argentina è assegnata a Napoli. Nulla di più assurdo, di più demenziale: Napoli farà il tifo per l’Argentina, come ha chiesto Maradona o per l’Italia? Sull’ 1 a 1 si va ai rigori: quello realizzato da Maradona condanna e piomba nel pianto una nazione, come quella rete realizzata al Brasile dall’uruguaiano d’origine ticinese Ghiggia nel 1950.

Maradona diventa “Lucifero”, il mostro ingrato. In finale (vinceranno i tedeschi), l’inno nazionale argentino è subissato da fischi: in primo piano il labiale di Diego, ripetuto due volte, è impietoso: “hijos de puta- figli di…”. Da quel momento tutto le protezioni che permettevano a Maradona una doppia vita impunita cadono, le provette dell’antidoping che erano sempre pulite rivelano ciò che tutti sanno: la cocaina , che aveva già provato a Barcellona, in compagnia di troppo donne. Per questo i catalani l’avevano lasciato partire: e non è vero che il Napoli l’aveva strappato ad altre grandi squadre: in quel momento, nessuno lo voleva. Napoli che l’avrebbe osannato e poi costretto ad andarsene come un ladro: “Quando sono arrivato erano in 45000 allo stadio a salutarmi, quando sono partito nessuno era con me”.

Per la città, ma anche per l’Argentina, Maradona era stato un “Ersatz”,come diceva Marx: un surrogato per ciò che la misera vita non ti dava. L’aveva abbandonato anche Carmine Giuliano. Paradossalmente la visibilità di Maradona rendeva troppo visibili anche i suoi loschi affari.

Nel documentario rivisto ieri alla RSI (complimenti!) c’è una scena in cui Maradona passa in rassegna il suo “sancta santorum” appeso a una parete: la mamma, un regalo di Claudia, sua compagna da sempre, dai tempi del misero barrio dove viveva in una baracca senza acqua corrente e bagno; la Vergine Maria e la gigantografia di una “gattina”, una pornostar nuda. Bocca di Rosa, l’amore sacro e l’amor profano cantato da De André.

Molti amori vissuti all’estremo del possibile, e anche oltre, in tutti i sensi. Il documentarista Kapadi (molto meglio il suo lavoro rispetto a quello di Kusturica) ci mostra un flash dell’incontro in TV fra Maradona e una famosa soubrette, un flash per mille altri simili. “Vedi quella casa?” mi dice il mio accompagnatore ” è di Giuliano. Maradona ha una “suite” privata all’ultimo piano, dove si rinchiude con le donne per due giorni e due notti. Gli amici gli passano ogni ben di Dio attraverso la porta socchiusa”.

Il resto è noto: la squalifica per doping negli Stati Uniti nel 1994, la morte vista in faccia e schivata all’ultimo istante più volte, il riconoscimento, a lungo negato, di Diego jr, fisicamente sua fotocopia, il divorzio da Claudia, dopo due figlie, altri due figli da due diverse compagne.

Morto a 60 anni ne ha vissuti 200, dicono in molti. Vero. Ha dato molto, è stato generoso con la sua famiglia a cui ha comprato una casa con i primi guadagni a soli 15 anni, e con molti altri. Si è schierato dalla parte del Che e di tutti i sudamericani che si sono opposti a chi li colonizzava. Le sue debolezze sono state cinicamente sfruttate. Non ha avuto la forza per opporsi. Lo amiamo lo stesso.

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