Arabia Saudita, lo sport come foglia di fico

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In un documento pubblicato il 22 ottobre scorso, attivisti e organizzatori per i diritti umani, come Mena Rights Group, il saudita Alqsti e Code Pink, hanno lanciato una campagna di boicottaggio nei confronti del torneo di golf femminile in programma a nord di Gedda, Arabia Saudita, fra il 12 e il 19 novembre. 

Il torneo avrebbe dovuto svolgersi lo scorso marzo ma, a causa della diffusione della pandemia Covid-19, era stato posticipato a novembre.

Questi movimenti invitano gli organizzatori, le partecipanti e gli sponsor della Saudi Ladies International Golf, a bloccare l’evento.

Il documento attacca i vertici di Riyad, accusandoli di usare le competizioni sportive per “ripulirsi” l’immagine e fornire al mondo una nuova faccia nel rapporto con il mondo femminile. Chiedono inoltre di riconsiderare e denunciare la violazione dei diritti umani nel regno wehabita: “Gli spettatori locali e internazionali di 55 nazioni del mondo ammireranno le giocatrici che si confronteranno per il ricco premio di 1,5 milioni di dollari. Tutto questo mentre le donne che si battono a difesa dei diritti umani nel regno languiscono in prigione, senza nemmeno beneficiare del diritto di difesa”.

Pur sapendo che questo torneo rappresenta una pietra miliare nel golf femminile, prosegue il documento “siamo preoccupati che l’Arabia Saudita usi gli eventi sportivi come un’arma di pubbliche relazioni, per coprire i dati spaventosi in tema di diritti umani, quali la discriminazione delle donne o la repressione di coloro che le difendono”.

Nel contesto delle riforme “Vision 2030”, introdotto dal cigno nero Mohammed Bin Salman (MBS), è stato concesso alle donne di guidare e il loro accesso – controllato e in appositi settori – agli stadi; ciò nonostante vi sono donne finite in carcere per aver rivendicato il diritto alla guida, come Loujain Al Hatholul, Samara Badawi, Maya’a Al Zahrani, Nassima Al Sadah e Nouf Abdolaziz, accusate di aver preso contatto con la stampa estera e di aver promosso i diritti delle donne, chiedendo l’eliminazione del sistema di tutela maschile.

Ricordiamo che nel regno vige una monarchia assoluta sunnita, retta da una visione wehabita puritana e fondamentalista.

Nel frattempo il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti delle donne, CEDAW, ha lanciato l’allarme per il peggioramento delle condizioni di salute di Loujain, in carcere dal maggio 2018, che ha iniziato lo sciopero della fame il 26 ottobre scorso come protesta per le condizioni di restrizione a cui è sottoposta in carcere.

Secondo quanto raccontano i parenti della 31enne, la donna è stata in regime di isolamento per 3 mesi ed è stata oggetto di frustate, elettroshock e di abusi a sfondo sessuale. I suoi carcerieri le avrebbero offerto la possibilità di essere liberata se avesse dichiarato di non aver subito torture in carcere.

I 23 esperti di tutto il mondo, facenti parte del CEDAW, affermano“vi è grande preoccupazione circa le condizioni di salute e del benessere fisico mentale della Loujain” per cui invitano l’autorità saudita a “proteggere i diritti della salute, alla libertà e la sicurezza delle persone in ogni frangente e circostanza, rispettando nel contempo la loro libertà di coscienza e di espressione, incluso lo sciopero della fame”. Infine il Comitato si appella in modo diretto al principe erede al trono, invocando il rilascio immediato delle prigioniere in vista della Giornata Internazionale dei Difensori dei diritti umani delle donne del 29 novembre 2020.

Nelle stesse ore in cui gli esperti dell’ONU esprimevano preoccupazione per le condizioni dell’attivista, il regno wehabita veniva informato dal mondo dello sport, tramite l’amministratore delegato della Formula 1, Chase Carey che, a partire dal 2021, avrebbe ospitato una tappa del mondiale a Gedda, in notturno, su un circuito cittadino, in base a un accordo decennale da 50 milioni di dollari.

Accordo duramente criticato dalle associazioni umanitarie che hanno definito “una cinica strategia per distrarre l’attenzione delle violenze perpetrate contro i diritti umani nel paese”.

Sfruttare lo sport per rendere moderna la propria immagine e coprire il mancato rispetto dei diritti di ciascuno, operazione detta sportwashing, e praticata dai paesi del golfo e dall’Azerbaijan, è un affare redditizio. L’Italia ha giocato nel regno saudita le recenti finali di Supercoppa di calcio, accaparrandosi 7 milioni di euro per ciascuna delle edizioni previste nel quinquennio 2018 – 2023.

L’amara ironia di questo “Gran Premio” e che, le stesse persone che si sono battute per il diritto alla guida, ora languono in carcere. I soldi non lavano sangue, persecuzioni e sopraffazioni; lo sport, invece, dovrebbe essere veicolo politico di miglioramento sociale.

Il gruppo dei venti

Il 21 e 22 novembre avrà luogo a Riyad il quindicesimo G20, per la prima volta a presidenza saudita; l’evento si terrà da remoto. Il tema trattato sarà “realizzare le opportunità del 21° secolo per tutti” e sarà basato su 3 punti:

1- Dare potere alle persone, cercando condizioni per cui tutti, in particolare donne e giovani, potendo vivere, lavorare e prosperare.

2- Salvaguardare il pianeta promuovendo sforzi collettivi a protezione del bene comune globale.

3- Plasmare nuove frontiere, adottando strutture audaci e a lungo termine per condividere i vantaggi delle innovazioni e del progresso tecnologico.

Il vertice sarà presieduto da re Salman Bin Abdulaziz Al Saud, nonostante sia noto a tutti come nel suo regno venga regolarmente repressa la libertà di espressione, associazione e riunione, dove i difensori dei diritti umani sono perseguitati, vessati e detenuti; dove i membri della minoranza sciita vengono processati come terroristi. Ma non solo, la coalizione militare sotto il suo comando è implicata in crimini di guerra e in gravi violazioni del diritto internazionale nello Yemen.

Dietro le decisioni del principe ereditario, i sauditi non hanno voluto cooperare con la rappresentante delle Nazioni Unite durante l’inchiesta per l’esecuzione extragiudiziale di Jamal Khashoggi in Turchia. I tribunali emettono la pena di morte per una vasta gamma di reati, anche in caso di minori, e le donne continuano a subire sistematiche discriminazioni previste dalla legge.

In un Paese davvero progressista tenuto a presiedere un evento così importante, le donne impegnate nella lotta per i loro diritti dovrebbero essere sedute al tavolo delle trattative, non segregate.

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