Gobbi: non ci si può neanche scusare

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Gobbi, in un’intervista sul Corriere del Ticino, si lamenta perché la sua frase è stata travisata e perché “non ci si può neppure scusare”. Come se scusarsi fosse abitudine del Presidente del Canton Ticino.

Senza tema di smentite asseriamo una cosa: Gobbi è ed è sempre stato un arrogante, e questo assunto non si può smentire. Se oggi si lamenta per le scuse che non vengono recepite, è semplicemente perché il polverone mediatico (innescato da GAS) lo ha travolto e diversamente dalle sue abitudini, che prevedono il silenzio totale, si è trovato a dover rendere conto di ciò che dice.

Gobbi ci ha abituati da anni anche quando era solo ministro, a intemperanze o uscite poco felici come quando si lamentava, durante lo scandalo dei permessi facili, di aver assunto degli italiani (scomodando addirittura l’ambasciatore italiano a Berna) o quando accusava, sempre gli italiani, di essere la causa della maggior parte di incidenti stradali in Ticino (leggi qui sotto).


Si è mai scusato per queste dichiarazioni offensive? Peraltro rivolte a un Paese che assorbe una buona metà delle nostre esportazioni, con contatti continui, sia sociali che economici? Un paese confinante con cui peraltro condividiamo lingua e abitudini.

E ancora, si è mai scusato Gobbi quando gli si faceva notare che il Padre, Mirko, simpatizzava col fascismo? O quando postava materiale antisemita sui social? Manco per il piffero (leggi qui sotto).


Oggi Gobbi, Presidente del Canton Ticino, si accorge che il suo non è il semplice ruolo di un ministro leghista un po’ gradasso, ma quello di rappresentare la popolazione ticinese tutta, popolazione che in parte si è sentita profondamente offesa dalle sue frasi. Riportiamo un esempio di commento all’articolo del corriere:

“… Io ho i miei genitori in Italia che non vedo da mesi e che non so quando potrò riabbracciare. Mi sono sentita profondamente offesa da una frase che proprio perché “rubata” è parsa molto spontanea e sentita. Abbiamo davvero bisogno di questi bulli anche in Ticino?! Io davvero no. Non ne sento il bisogno, non mi sento tutelata da chi non ha compassione. E ribadire che non ci sono scuse da fare ai ticinesi è un’altra inutile prepotenza.”

Gobbi al Corriere, con fare contrito, ma con sempre la sua vena di arroganza dichiara:

“Quando il ciclone mediatico e politico viene creato su una errata comprensione di una frase “rubata” in un fuori onda televisivo c’è poco da fare. Non ci si può nemmeno scusare. Ciò che è stato riportato (ad arte da alcuni avversari politici) non è ciò che ho detto. Quindi il fatto non esiste. Potremmo star qui ore a disquisire sul bon ton. La realtà è un’altra: questa pandemia necessita di interventi appropriati sia di qua sia di là dal confine e ognuno è chiamato a fare il suo. Unicuique suum: se lo dico in latino va meglio?”

No Gobbi, il latino non serve, e poi manco lo sai. Serve avere la coscienza di cosa si rappresenta, non sei un capoccia da osteria, ma il rappresentante di un cantone Svizzero. Siamo stanchi tutti di pagliacciate e dichiarazioni imbarazzanti, Norman Gobbi deve imparare, per i pochi mesi che gli restano. A non dire fesserie o anche solo a tacere.

L’unica consolazione è che il sistema federale impone una rotazione annuale del capo dello Stato e dunque vogliamo sperare che i danni di Norman Gobbi terminino qui.

L’era delle fanfaronate leghiste è finita. Oggi, ancor di più in questo periodo di epidemia, essere uomini di Stato richiede qualità che a molti mancano e Gobbi è fra loro. Parliamo di abnegazione, onestà, senso dello Stato, correttezza, diplomazia. Qualità che ormai sembrano bagaglio di altri tempi e di cui abbiamo un terribile rimpianto.

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