Il dopo Trump, senza trumpismo

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Da gennaio ci mancherà l’uomo dal ciuffo arancione (improvvisamente diventato bianco). Ci sveglieremo alla mattina e non ci saranno più notizie divertenti e assurde. Le nostre letture dei quotidiani torneranno alla normalità. Ma sarà una normalità pericolosa, perché con Trump non va in pensione il “trumpismo” e sarà necessario essere molto vigili. 

Questo perché l’assurdo personaggio diventato presidente degli Usa, pur essendo sostanzialmente un venditore porta a porta dei tempi andati, proprio come i bravi venditori ambulanti è stato in grado di capire immediatamente cosa molti americani volevano sentirsi dire.

Trump ha capito – beh forse non lui, ma chi lo seguiva dietro le quinte – che 40 anni di politiche neoliberiste avevano generato una maggioranza silenziosa ma arrabbiata pronta a credere qualunque cosa che mettesse in discussione il potere – politico ed economico – costituito. Quel potere che ha permesso al 10% degli americani di diventare sempre più ricco e all’1% straricco; che ha permesso che nel 2018 i salari reali medi fossero allo stesso livello del 1970; che le divisioni culturali si accentuassero invece di diminuire; che il bigottismo religioso si diffondesse a macchia d’olio; che l’accesso a un sistema sanitario degno di questo nome rimanesse una chimera; che la povertà delle fasce più deboli aumentasse; che la formazione della grande maggioranza della popolazione degenerasse a livelli dei paesi in via di sviluppo; che la tanto decantata globalizzazione in realtà ha fatto solo gli interessi delle grandi corporations. E la lista potrebbe continuare.

Questi problemi non scompaiono con l’uscita di scena di Trump. Fra 4 anni potrebbe presentarsi un candidato più intelligente, meno buffone e meglio consigliato, che riprenderà la linea trumpiana e potrebbe essere eletto senza problemi … a tempo indeterminato. 

Il compito che attende il duo Biden-Harris è immane: hanno circa 3 anni per correggere gli errori degli ultimi 40 anni. Ma evidentemente hanno poche possibilità di riuscirci salvo, naturalmente, miracoli. Anche se in fondo un attore di second’ordine come Ronald Reagan riuscì a cambiare il mondo occidentale per i quarant’anni a venire. Perché non potrebbe farlo un politico navigato come Biden? Anche se aver fatto parte dell’establishment degli ultimi decenni lascia molti dubbi. Forse la sua vicepresidente potrebbe fare qualcosa, ma è lecito avere dei dubbi.

Il covid potrebbe contribuire, a condizione che non si ritorni presto alla “normalità” prepandemica. Il passato ci insegna che grandi scosse emotive, possono cambiare il corso della storia.

Ma se non sarà così, il pericolo del trumpismo sarà tutt’altro che finito e potrebbe estendersi a macchia d’olio su buona parte del pianeta. Alcune avvisaglie le abbiamo avute in questi anni: Ungheria, Polonia, Italia, Russia, India, Brasile …. e Ticino.

Ma naturalmente il compito di cambiare rotta non sarà solo del nuovo presidente Usa: tutti dovranno fare la loro parte, iniziando a mettere al centro dell’attenzione l’uomo e non i privilegi costituiti, puntando su un’economia più sostenibile e più distributiva. Una sfida immane, ma indispensabile se non vogliamo trovarci in futuro prossimo in una situazione politica e culturale disastrosa per le future generazioni e magari rimpiangere l’uomo dal riportino arancione.

PS. A complemento suggerisco la lettura di “8 secondi” di Lisa Iotti, ed. il Saggiatore.

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