Il ghiaccio che non c’è più

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In tempi di pandemia e di seconda ondata fa un po’ strano parlare di ghiaccio, malgrado ciò, proprio perché stando a quello che ci raccontano i media sembrerebbe che ci sia solo il coronavirus a tenere banco, è bene ogni tanto ricordarsi come ad andare a fondo è l’equilibrio della vita sull’intero Pianeta. E a volte basta davvero poco per accorgersene. Siamo infatti ormai giunti ai primi di novembre, eppure al Polo Nord, il mare di Laptev, la principale fonte di ghiaccio di tutto l’Artico, situato a nord delle coste della Siberia orientale, non si è ancora ghiacciato.

E, anche nel momento in cui dovesse farlo, quel ghiaccio non sarà più dello spessore di solo pochi decenni fa o l’immensa distesa di bianco a perdita d’occhio di un tempo. No. Quello che avremo di fronte sarà il risultato di un inesorabile e inarrestabile cambiamento dovuto al surriscaldamento climatico, di fronte al quale siamo solo stati capaci di stare a guardare senza fare granché. Senza neppure muovere un dito per, non dico invertire la rotta, ma almeno attutire il colpo. È un po’ come se avessimo inavvertitamente dato fuoco alla casa in cui abitiamo e ora, mentre brucia, noi lì con le braccia incrociate a guardare.

Al Polo Nord, lo spessore medio del ghiaccio, è ormai la metà di quanto era negli anni Ottanta. All’epoca il ghiaccio più antico copriva un’area di oltre due milioni di chilometri quadrati. Eppure anche i ghiacci più vecchi d’età sono diventati sempre più sottili. E una volta sciolti non c’è stato modo di vederli riapparire. Qualcuno potrebbe obbiettare che in fondo cambia poco. E che tra un cubetto di ghiaccio e un bicchiere d’acqua la differenza è solo una questione di stato. Una questione puramente fisica. E invece no.

La faccenda è ben più complessa perché di mezzo c’è la storia di un mondo, di una terra fatta di ghiacci. Della storia di quel luogo. In fondo si tratta anche qui della nostra memoria. Non a caso quest’immagine me ne richiama alla mente un’altra simile. E cioè la tabula rasa che il virus ha fatto è continuerà a fare dei nostri anziani. Della nostra memoria in carne ed ossa. Ma anche lì c’è chi già dice che, in fondo, sono solo vecchi. Che non dobbiamo aver la pretesa di vivere in eterno oppure ancora che essendo mortali c’è poco da fare. Si muore e basta. Come il ghiaccio si scioglie e basta.

Del resto, lo stesso negazionismo e le mistificazioni che circolano riguardo alle reali conseguenze di ciò che sta succedendo a livello climatico, si sono visti proliferare identici riguardo alla pericolosità e all’origine del coronavirus con cui ancora per un po’ dovremo fare i conti. A dimostrazione che piuttosto di guardare in faccia la realtà, di reggerne lo sguardo severo, sempre più spesso preferiamo fare gli struzzi, inventandoci una realtà su misura. Che faccia meno paura, che sia comoda e innocua anche nel vederla sciogliersi. Proprio come sta accadendo e sempre di accadrà al Polo Nord.

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