Il ritorno del re

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11 novembre 2019. Dopo giorni di proteste e assist da parte di varie organizzazioni internazionali, l’esercito boliviano e la polizia costringono alla fuga Evo Morales, primo presidente indigeno (di etnia aymara) della nazione.

“Avrei potuto scappare nella giungla e governare da lì. Il popolo mi avrebbe seguito. Ma avrei solo causato un massacro”. Dice Morales in un’intervista a Vice News. 

A deporre Morales e il suo Movimento Al Socialismo furono le forze reazionarie, neoliberiste, evangeliche e filoamericane dell’opposizione di centrodestra rappresentate da Jeanine Anez, presidente ad interim per questi lunghi 11 mesi.

Inizia allora l’esilio per quel presidente tanto amato in patria, che l’Europa nella sua leggerezza ricorda per i vivaci maglioni in lana di alpaca che era solito indossare per le grandi occasioni. Non per scherzo, ma perché si tratta di un tradizionale abito formale per la sua gente. 

Prima fugge in Messico, dove viene accolto a braccia aperte, poi in Argentina. In un grande sfoggio di solidarietà latinoamericana, entrambi i paesi sono più che disposti ad ospitare il leader esiliato – pur sapendo di suscitare le ire statunitensi nel farlo. 

Ma in questo 18 ottobre, torna la luce in Bolivia. Dopo giorni di proteste per chiedere nuove elezioni – rimandate dal governo golpista – si arriva finalmente al voto. “Evo, te necesita tu pueblo”  si legge sui cartelli portati dalle donne Aymara e Quechua nelle strade. 

L’usurpatrice Anez abdica prima del voto, subodorando il peggio. È infatti lo stesso MAS di Morales a dominare i sondaggi, sotto la guida del secondo in comando Luis Arce, braccio destro di Evo e molto amato in quanto alla testa del programma per la lotta alla povertà – programma che ha tirato milioni di boliviani fuori dalla miseria.  Il voto è un trionfo. Maggioranza assoluta per il MAS, folle giubilanti per le strade e gruppi di fondamentalisti evangelici che si disperano intorno alle chiese. L’annuncio di Arce non tarda ad arrivare: Morales tornerà.

E oggi, è finalmente successo. “Finché capitalismo e imperialismo esisteranno, la lotta continuerà” dichiara Morales prima di attraversare il ponte tra La Quiaca (Argentina) e Villazòn (Bolivia). Gli fa eco il presidente argentino Alberto Fernandez, che lo accompagna fino al confine “Sapete perché ci sono migliaia di boliviani festanti pronti ad abbracciarlo proprio oltre quel ponte? Perché il popolo non si sbaglia mai. Viva Bolivia! Viva l’america latina!”

Nella cittadina di Villazòn, Morales si gode i primi bagni di folla; Un’eterogenea calca di minatori, cittadini e cittadine indigen* e sembra quasi sul punto di piangere dalla gioia. “Abbiamo salvato la nostra democrazia, senza violenza e, ancora una volta, ci siamo ripresi il nostro paese”. 

Ora è difficile prevedere come si svilupperanno le cose. Arce sembra destinato a rimanere presidente, anche se pochissimi giorni fa è scampato di poco a un attentato dinamitardo. La Bolivia guidata dal MAS ha visto milioni di persone abbandonare la povertà, i minatori boliviani prendere il controllo del tesoro sotterraneo boliviano e una crescita economica costante. Una cosa è però certa: Il leone de La Paz è tornato, stavolta per restare. 

Le elezioni si sono tenute in seguito a mesi di proteste e guerriglia urbana portati avanti dalla popolazione, soprattutto indigena. Lunghe notti di fuochi, gas lagrimogeni e manganelli. Nell’aria sventolavano le bandiere rosse e quelle indigene, ricordando fin troppo la recente vittoria del popolo cileno. I boliviani, come aveva detto Morales stesso, non hanno mai abbandonato il loro leader. Non hanno mai abbandonato l’idea di un mondo migliore. E quando tutto sembrava perduto, sono scesi in piazza per chiedere a gran voce di potersi riprendere tutto ciò che gli era stato rubato. 

“Il nostro crimine è stato mostrare che un mondo diverso può esistere. Un mondo senza capitalismo. Un mondo senza fondo monetario internazionale. Abbiamo mostrato tutto questo.”

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