In un mare di parole i fatti annegano

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Di fame e disperazione si muore ancora. È questo ciò che emerge, sebbene un po’ a fatica per via del covid-19, se volgiamo lo sguardo a ciò che succede nel Mediterraneo. I barconi, fragili e strapieni di persone, continuano a partire. Qualcuno riesce a terminare il suo viaggio. Per tanti altri invece, l’ultima destinazione, è in fondo al mare. Questi sono i fatti. Tutto il resto, solo opinioni.

Sono passati giorni da quando la Ong spagnola, Open Arms, pubblicava un video in cui veniva mostrata l’operazione di soccorso di 118 persone, avvenuta dopo il naufragio di un gommone davanti alle coste della Libia. Fra queste 12 donne e 2 neonati. 

Nel filmato si sentono le urla di una donna, che continua a gridare, in inglese: “Ho perso il mio bambino, ho perso il mio bambino!”

In quel marasma di acqua gelida e persone che tentano di restare a galla, i soccorritori riescono a recuperare il piccolo, un neonato di appena sei mesi. Ha un arresto respiratorio. Viene portato a bordo, ma non c’è nulla da fare: morirà poche ora più tardi.

Questi sono i fatti. È quello che è successo il 12 novembre scorso. Il freddo resoconto dell’ennesima morte in mare. 

“È tutta colpa della madre”

Il video fin da subito ha suscitato forti reazioni e, inevitabilmente, le  solite partigianerie ideologiche. Fra gli innumerevoli commenti, spicca il seguente: 

Azzurra Barbuto – si legge dal suo profilo twitter – è una conduttrice tv, “scrittrice” e “giornalista” di Libero. 

La donna continuerà, per giorni e giorni, nonostante il polverone sollevato, a inondare i social di post e commenti dello stesso – vergognoso – tenore. I suoi profili twitter e facebook, così come il suo blog, sono un concentrato esplosivo di narcisismo. 

Infatti, fra i soliti contenuti populisti, tipici di una certa destra, post in difesa degli animali, frasi in difesa della libertà di espressione (abusata), gogne pubbliche a chi, con tanto di foto, l’ha insultata per le sue affermazioni, il tema su cui ruota tutto è la sua persona. 

La Barbuto è riuscita a prendere una notizia, una tragedia, nello specifico la morte di un bambino in mare, ed è riuscita a “rideclinare” e condurre il tutto alla sua persona, alle offese ricevute, al suo pensiero riguardo la vicenda.  E del piccolo chi si ricorda più.

Questo tipo di giornalismo è nocivo. Perché non si basa sui fatti, non si pone delle domande, non cerca spiegazioni, non cerca di analizzare un evento. .

No, la Barbuto non fa questo. La Barbuto sentenzia al caldo e con lo stomaco pieno. La Barbuto giudica, continuando ad affermare che la responsabilità di quella tragedia sia dei genitori e che, se volevano scappare da una guerra, potevano farlo rifugiandosi nel primo Paese più sicuro e vicino, invece che affrontare un viaggio simile. 

Barbuto non ci pensa che, se si decide di attraversare il deserto a piedi e poi di tentare il tutto per tutto imbarcandosi su una barca col rischio di non farcela vuol dire che – forse forse – giusto un po’ disperati lo si è. La Barbuto non conosce la storia del piccolo e della sua mamma. Non ha pensato ad intervistarla per chiederle “perché l’hai fatto?” come farebbe un giornalista.

Eppure il cinguettio sui social non manca. L’occasione di avere un po’ di visibilità per nutrire il proprio ego è troppo ghiotta. 

Questo giornalismo vive di opinioni, di schieramenti, di pance da grattare, da forconi da aizzare contro qualcuno o qualcosa.

I sacrifici di un genitore

Vivo in un paese di valle. Ci sono diverse cave nella zona e tanti sono stati i lavoratori stranieri che sono venuti a lavorarci per poter sfamare la propria famiglia. Molti di questi uomini, portoghesi, italiani e jugoslavi, venivano a stare qui da soli, lasciando spesso moglie e figli al Paese natio. Non li potevano portare qui. 

Tanta gente nostrana rinfacciava a questi padri la loro distanza dai figli. “Che papà sono questi qui? Che abbandonano i loro figli”, dicevano; “devi essere proprio un genitore snaturato per lasciare i bambini”, affermavano; “un vero padre non lo farebbe mai”.

Parole che fanno male, parole dette senza cognizione di causa, parole spese al vento. 

Parole che vengono da bocche che non sanno, che non si sono informate, che non hanno vissuto quella sofferenza. 

Dietro quella distanza dovuta, si nasconde un immenso sacrificio; che da fuori non si vede, ma che è anche questo un fatto. Il voler  lavorare per sfamare e per cercare di dare un futuro migliore alla propria prole, spesso non è semplice. È faticoso.

Per Aja, la ragazza madre appena 18enne che, dieci giorni fa, ha perso suo figlio Yusuf (chiamato da tutti però Joseph) vale lo stesso. Aja, viene dalla Guinea, è stata una sposa bambina e oltre Yusuf ha un secondo figlio, rimasto con la nonna. 

Anche lei ha intrapreso il viaggio per poter lavorare e dare una vita dignitosa ai suoi figli.

Di fronte a questa storia, a questa situazione che nemmeno lontanamente possiamo immaginare, si dovrebbe evitare di creare schieramenti, opposti gli uni dagli altri. Perché in questo mare di parole i fatti annegano. È, in questo caso, il fatto è che di fame e disperazione si muore ancora.

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