L’ arminuta di Di Pietrantonio è cresciuta

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Dopo il fantastico romanzo «L’arminuta», premio Campiello del 2017, Donatella Di Pietrantonio si conferma. «Borgo sud», il nuovo romanzo, non ne è solo la continuazione. Ma molto e molto altro, e di più. Bellissima ri-affermazione per la scrittrice abruzzese.

«Sì, c’è tanta narrativa in giro, anche di ottimo spessore, ma pur sempre narrativa. La letteratura è altro!», dice l’occasionale lettore incrociato in libreria. D’accordo fino a un certo punto, o momento. Vale a dire fino a quando non si arriva a «Borgo sud», di Antonella Di Pietrantonio. Qui le cose cambiano, lo spessore aumenta e … non si è più nell’intrattenimento. Con la scrittrice abruzzese, che aveva sbaragliato il campo nel 2017 con «L’arminuta», la profondità mostra un’altra consistenza e le parole, le parole diventano pietre preziose. Pensate ad una ad una. Tant’è che l’inizio della lettura di questo suo bellissimo romanzo è in apparenza molto lento. Infatti non vengono rapiti gli occhi, ma i pensieri. Ogni pagina è da gustare, con frasi che è bellissimo rileggere. Una prosa raffinata ma non velleitaria, un accostamento di lemmi originali senza essere artificiali o pretestuosi, una sintassi limpida: «sono momenti da consumare adagio» (per dirla con Alberto Nessi). Poi, giunti a metà, ecco l’esplosione. Forse perché il lettore ha assimilato l’idioma speciale della Di Pietrantonio, forse perché effettivamente vi è un cambio di ritmo: fatto sta che a questo punto non ci si riesce più a distaccare dalle pagine di «Borgo sud».

Come «dice» il lancio: «L’arminuta è cresciuta». Sì, se si vuole siamo anche nel seguito del famoso romanzo d’esordio. La protagonista, ora insegnante presso l’università di Grenoble, rientra in fretta a Borgo sud per precipitarsi al capezzale della sorella Adriana. È in fin di vita, lei che ha sempre saputo cavarsela anche nelle situazioni più disperate, l’acrobata dell’esistenza capace di «entrare nella melma e uscirne candida». Il ritorno è un confronto con la propria storia, il proprio essere, la mamma anaffettiva ed il padre personificazione di quei principii che il sud Italia non riesce a superare: la superstizione, la corruzione borghese, la fatica come valore, le radici come culto da venerare o ripudiare. Una sfida, quella della protagonista e voce narrante, che richiama inesorabilmente allo specchio. E sono nuovi, lancinanti, dolori perché per lei «la famiglia resta sempre un luogo di dolore, da qualsiasi parte la si voglia prendere». Il suo primo matrimonio naufragato in modalità incredibile (e inaccettabile per il contesto: lui si scopre omosessuale), il rapporto con la sorella mai completamente uscito da una contorsione intima, nonostante ora ci sia anche un piccolo nipote.

Un romanzo che non lesina i colpi di scena, che racconta tante storie, che è bello in sé. Ma soprattutto che è scritto da dio. Quell’ espressione sempre in sottrazione, ogni sua frase sembra quasi il risultato di un lavoro interiore mirante all’osso, allo spolpare gli orpelli, aggettivi o avverbi che siano, per raggiungere direttamente il centro. Come neanche uno scultore. Non casualmente la Di Pietrantonio ha dichiarato di ispirarsi inconsapevolmente alla Agota Kristof («leggerla per me è stata una liberazione»). E nei contenuti ecco l’amarissima confessione che può rivelare tanto ma ci dice tutto sull’anima della sua scrittura: «nel mio dialetto la parola amore non esiste». Ecco.

Inutile farla lunga Donatella Di Pietrantonio merita di essere annoverata fra le voci più interessanti della letteratura italiana di questo inizio millennio. 

«Borgo sud», di Antonella Di Pietrantonio, 2020, ed. Einaudi, pag. 160, Euro: 18,00. 

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