L’ambasciatrice di Aotearoa

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Il moko è il tatuaggio tribale maori. In origine raccontava la storia e il valore di un guerriero, di un capo. E servivano a indicare il collegamento tra un individuo e i suoi antenati. Fatto di spirali concentriche e motivi astratti, accompagna un individuo raccontandone il censo e la discendenza.

Le teste decorate coi tatuaggi moko, una volta venivano preservate, rimuovendo occhi e cervello e mummificandole, il loro nome era Mokomokai, e venivano conservate dalle famiglie in scatole finemente intagliate per essere esibite durante particolari eventi religiosi.

Il moko non è un comune tatuaggio eseguito con la classica macchinetta, ma viene tradizionalmente eseguito con un martelletto e degli aghi di bambù ed è dolorosissimo da effettuare, ha perciò anche un valore epico, di sforzo e sofferenza.

Nanaia Mahuta di etnia Maori è la ministra neozelandese degli esteri e rappresenta la sua cultura e il governo della popolare Jacinta Arden, la prima ministra del paese dei kiwi nei confronti del resto del mondo.

Nanaia appartiene anche alla famiglia reale Maori della tribù Waikato-Maniapoto, È figlia del politico Māori Robert Mahuta, a sua volta figlio adottivo del re Korokī Mahuta e fratello maggiore della regina Te Atairangikaahu. È inoltre imparentata con l’attuale monarca Māori, Kingi Tuheitia. Insomma, una storia etnica di spessore oltre che una carriera politica brillante, iniziata nel 1996 come parlamentare

Lunedì scorso, la scrittrice neozelandese Olivia Pierson ha criticato pubblicamente Mahuta, facendo commenti sul suo tatuaggio moko suggerendo che fosse inappropriato per un diplomatico. Una pessima idea in un paese in cui, forse unico al mondo, i colonizzatori occidentali hanno sposato in gran parte la ricca cultura nativa Maori, facendola loro. Ricordiamo inoltre che a differenza di altri Stati, i Maori dopo anni di guerriglia contro gli inglesi, non furono sconfitti ma stilarono un trattato di pace.

Nanaia Mahuta si fece tatuare il moko nel 2016, insieme ad altre 13 donne Maori di spicco. Di solito i tatuaggi vengono elargiti alle donne Maori di alto rango come riflesso della loro posizione e del loro mana, o potere, nella comunità. Il moko è un’espressione della sua whakapapa, ovvero genealogia.

Il tatuaggio di Nanaia, non esprime dunque solo la sua terra e la sua etnia, ma anche il suo rango all’interno della comunità e il prestigio che si è guadagnata. Definire un moko inappropriato, non solo rivela poca sensibilità, ma anche l’ignoranza della propria cultura, visto che ormai quella Maori è intrecciata a quella anglosassone.

Le razioni non si sono fatte attendere, la Pierson, che si definisce libera pensatrice, si è vista subissare di messaggi da parte di neozelandesi che le chiedevano di rimuovere il post su Twitter.

Inoltre il sito di vendita online neozelandese Mighty Ape ha raccolto il plauso degli utenti, alla decisione di togliere dal catalogo il libro della Pierson. D’altronde un libro titolato “Difesa dei valori occidentali”, la dice lunga sulla libera pensatrice.


La morale di questa storia è per una volta inusuale. Quella dei maori è perlomeno una vittoria postuma in cui, unica cultura nativa, riesce a dettare le regole alla cultura vincitrice e dominante, sconfiggendo mentalità razziste e retrograde.

Il Moko che oggi vive una seconda giovinezza, per i Maori diventa una rinascita volta a recuperare l’identità etnica e tribale, troppo spesso affogata nell’alcolismo, vera piaga dei Maori e di per molte popolazioni native.


Nanaia, con la rappresentazione del suo moko, racconta del mare, delle montagne e dei fiumi della Nuova Zelanda, racconta della sua famiglia e della vita nella terra della lunga nuvola bianca, o Aotearoa, come i Maori chiamano il loro paese.

Quale migliore ministro degli esteri ci potrebbe essere?

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