L’eccellenza di “Malinverno”

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Il realismo magico ha un nuovo grande esponente: Domenico Dara. Il suo «Malinverno» è un romanzo bello e intrigante. Incantevole.

Tre le componenti importanti in un romanzo: i personaggi, l’ambiente e la storia. Poi ve ne è una che le comprende, collega e unisce: lo stile del racconto, la modalità di espressione di chi scrive, narra. E’ l’anima del racconto, il suo aspetto più importante. In «Malinverno», di Domenico Dara, non vi sono voti al di sotto dell’eccellenza per alcuna delle categorie appena menzionate.

I personaggi sono originali, capaci di appartenere alla realtà come alla fantasia più fervida. Sanno essere lirici e non solo perché portatori di nomi «letterari» (Achille, Godot …). A cominciare da Astolfo Malinverno, il protagonista nato zoppo e vissuto claudicante anche nella testa, almeno fino a un certo punto. Bibliotecario a metà tempo, vive di storie. Le legge, le ricrea: le vive. Poi, quando viene assunto anche come responsabile del cimitero, per il restante cinquanta per cento lavorativo, ecco la Grande Svolta. Come coniugare la biblioteca, la vita, con la morte ? i libri con le tombe ? Dopo un momento di tergiversazione interiore, ammettiamolo il senso di questa «condivisione professionale» non è immediato, Astolfo ce la fa. Scopre che le storie … non arrivano solo dalle parole scritte, non hanno un’unica origine: provengono da chi le racconta e si formano e trasformano con chi le ascolta, o legge. Per dirla con un celebre detto: «L’autore porta gli ingredienti, il lettore organizza il picnic». O con Pablo Neruda: «La poesia non è di chi la scrive, ma di chi la usa». E Astolfo è sempre a caccia di storie, a lui necessarie come l’aria. Un piccolo grande eroe memorabile.

L’ambiente è quello di un immaginato paesino del sud Italia, Timpanara. Un luogo magico, con stradine strette, un’amministrazione solerte, un paio di bar e un macero dove confluiscono tutti i libri destinati alla morte, se non salvati dal nostro Astolfo per la biblioteca comunale. Poi, ma non da ultimo, un cimitero. Qui l’incanto diventa tangibile. Perché Astolfo, da sempre affamato di storie, riesce a trasformare questo lugubre luogo in una Spoon River aggiornata, animata come nessuno riuscirebbe ad immaginare. Con la sconosciuta sepolta senza nome, che lui chiama Emma perché le ricorda tanto la Bovary, o il misterioso personaggio con il mantello nero che si aggira furtivamente fra le tombe con uno strano aggeggio. Senza scordare la piccola grande inchiesta sui «segni» che ogni giorno compaiono sulla tomba di Emma … . E l’impresario funebre che anche lui ha il suo perché, o l’impiegato municipale responsabile del registro del controllo abitanti. Figure che compaiono e scompaiono all’improvviso, lasciando importanti segni, così come l’indimenticabile cane che compare in un funerale e … .

La storia è originale, fresca. In certi suoi lacerti sembra quasi una fiaba. Astolfo Malinverno è poeta nella sua modalità di pensare, respirare, vivere. In una dimensione sospesa i suoi incontri sono rarefatti ma anche chirurgicamente reali (vedasi le apprensioni legate ad una sua convocazione dal Sindaco). E’ lui, unico e per i lettori prezioso. La storia è animata da un condizionato quanto incontenibile amore per i libri. Quasi si volesse fuggire dalla realtà, quasi si volessero disegnare impossibili trame tra immagini ed emozioni, sogni e realtà.

Lo stile di Dara è speciale. La parola assume una dimensione magica, le frasi, evocative il giusto, mescolano polvere (dal parlato) e corpo (lingua viva). Il groviglio delle storie viene amalgamato da una sorta di incanto espressivo, capace di incorporare amori immaginati e morti vere, malattie e rimpianti, abbandoni e cose perdute, libri salvati ed altri lasciati spirare. Una meraviglia, un gran bel libro. Con Remo Rapino (quello di «Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio», leggi qui…) Domenico Dara è la vera sorpresa della narrativa italiana di quest’anno.

«Malinverno», di Domenico Dara, 2020, ed. Feltrinelli, pag. 330, Euro: 18,00.

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