Norman Gobbi e il paese dei barocchi

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Non capita spesso che un articolo di Gas totalizzi in pochi giorni oltre 2000 interazioni su Facebook. Così come peraltro non capita neppure tutti i giorni di beccare un orso che davanti a casa vostra rovista nel cassonetto della spazzatura. Ma quando capita, quel video, fatto con il cuore in gola e il braccio che vi trema come una foglia, non potrà che diventare virale e fare, malgrado tutto, il giro del web. In fondo è esattamente questa la forza dirompente della rete. Ed è proprio grazie al web se certi moti di dissenso nei confronti di un modo intollerabile di fare politica sono riusciti ad attecchire facendosi spazio tra i parrucconi del vecchio regime, smascherando l’orso di turno con le dita infilate proprio nella marmellata.

Ma veniamo ai fatti. La ragione del nostro successo sta tutta in un fuorionda nel quale l’attuale Presidente del Governo ticinese, domenica, avevamo creduto che dicesse quanto segue: “Degli italiani che ca**o me ne frega”, una frase che, seppur estrapolata da un discorso più ampio, già di per sé suonava quantomeno stonata. Poi, dopo lunghi giorni di silenzio generale da parte dei media ticinesi quasi al limite dell’omertà, compreso quello di Teleticino che aveva fatto da megafono a quelle parole, ecco arrivare le precisazioni e le puntualizzazioni del caso. Gobbi avrebbe detto, a un giornalista de LaRegione che gli poneva la questione dei ricongiungimenti familiari: “Chiedilo agli italiani, che c***o me ne frega a me”.

Detto fra noi, la sostanza cambia davvero di poco e definire “colorita” l’espressione o cercare con delle tardive spiegazioni di smussare gli angoli di ciò che Gobbi avrebbe detto mi sembra doppiamente sconcertante. Fortuna vuole che a non tollerare le parole dette e a smuovere le nostre acque fin troppo melmose, dopo di noi ci aveva pensato il consigliere PD alla regione Lombardia Samuele Astuti: “Non è tollerabile che chi ha il compito di dirigere il Dipartimento delle Istituzioni contribuisca ad instaurare un clima di insofferenza nei confronti dei nostri connazionali.” Una dichiarazione che rimane tutt’ora valida.

Del resto il tono e le parole di Norman Gobbi non lasciano di certo grandi dubbi su cosa davvero pensi il maggior rappresentate politico di un Cantone che, con i cosiddetti “tagliàn”, è a stretto contatto tutti i giorni, non fosse altro che per il fatto di vivere in un lembo di terra al confine proprio con l’Italia. Se poi consideriamo che sono 70’000 i “tagliàn” che, come frontalieri, lavorano e creano ricchezza in Ticino, a fronte di una popolazione indigena di 350’000 abitanti, ecco che le parole di Gobbi assumono soprattutto una valenza istituzionale e diplomatica. 

Quelle parole diventano la summa di un pensiero razzista, dell’aberrazione di una politica che ha poco o nulla da invidiare, se paragonata, a quella di certi Stati schiavisti d’inizio Ottocento nel profondo sud degli Stati Uniti dove chi faceva il politico, o era un proprietario terriero, pensava ai neri con lo stesso disprezzo di Norman Gobbi per i frontalieri, considerandoli, quando andava bene, degli esseri umani di serie B. Altrimenti solo braccia necessarie, carne da macello buona per il lavoro nei campi al pari di un mulo o di qualsiasi altra bestia da soma, priva del benché minimo diritto. Paradossalmente – e non si scappa – il Ticino di oggi grazie a Norman Gobbi somiglia proprio a quel mondo lì. Perché il pensiero che ci sta alla base quello è.

La cosa però che più di tutte a molti di noi ha lasciato l’amaro in bocca è stato scoprire, come per lunghi e interminabili giorni, tranne Gas nessuno in un Cantone ipermediatizzato abbia davvero ripreso la cosa e chiesto uno straccio di spiegazione al diretto interessato. A darci il voltastomaco è stata soprattutto la cornice, la cappa plumbea da regime illiberale attorno a un episodio del genere. Davvero vogliamo tapparci le orecchie e far finta di non aver sentito nulla manco fossimo tutti figli del Gattopardo? Posso anche capire che, nel “Paese dei Barocchi”, nel medioevo di un Ticino che ricorda una di quelle comunità chiuse e incestuose in cui tutti trafficano con tutti e nessuno e libero di dire quel che pensa veramente per non essere escluso dai giochi, la regola sia questa. 

Ma a che prezzo? Davvero vogliamo e ci sta bene che a rappresentarci ci sia uno come Norman Gobbi? È davvero questo il meglio che di sé sa esprimere la politica ticinese? Staremo a vedere cosa avranno il coraggio di rispondere da Bellinzona. Perché una risposta e forse anche delle scuse, caro Supernorman (Matteo, era poi ora!), sono d’obbligo.

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