Permessi, schiaffo a Gobbi dal Tribunale Federale

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Si è parlato ampiamente nei mesi scorsi delle procedure poco chiare e molto invasive applicate dalla Sezione della Popolazione, che fa capo al Dipartimento delle Istituzioni diretto da Norman Gobbi, circa il rilascio e rinnovo dei permessi di dimora in Ticino. Oltre ai controlli decisamente invasivi, nella trasmissione Falò dell’epoca era stato presentato il discorso di una persona alla quale era stato negato il permesso B con la motivazione che la sua residenza fosse fittizia, perché trascorreva i fine settimana a casa della sua compagna in Italia e quindi il suo “centro di interessi” non fosse in Ticino.

Ora, una recente sentenza del Tribunale Federale del 10 Novembre, su un caso analogo, smonta sostanzialmente tutto l’impianto di Gobbi, dimostrando come le valutazioni sulle presunte dimore fittizie, con tanto di controlli sulle mutande nel cassetto e i cibi nel frigo di chi aveva richiesto il permesso, non fossero conformi al diritto, in pratica illegali.

Il caso in breve: un cittadino italiano in possesso di permesso B, residente in Ticino da 5 anni, sposato con una connazionale residente però ancora in Italia per motivi lavorativi, si era visto non solo negare nel 2018 il rilascio di un permesso di domicilio C ma anche revocare l’autorizzazione alla dimora e ricevere l’intimazione di lasciare la Svizzera entro un tot di tempo poichè “ l’autorità competente ha in particolare ritenuto che il “centro di vita e degli interessi” del richiedente si trovasse in Italia e che egli si recasse nel nostro Paese solo per brevi soggiorni di riposo, ciò che rendeva la sua presenza fittizia e di comodo.”. Vani anche i ricorsi dal Consiglio di Stato e al Tribunale amministrativo regionale, che avevano sostenuto, e questo è importante, che il permesso di dimora fosse ormai decaduto, ovvero avesse perso validità nel corso dei 5 anni per i quali era stato rilasciato.

Cosa hanno deciso i giudici del Tribunale Federale

Cercando di semplificare al meglio la sentenza al di fuori del linguaggio strettamente giuridico, ciò che i giudici di Mon Repos hanno ricordato prima di tutto che:

  1. Per dichiarare la decadenza di un permesso di dimora in corso di validità, è necessario che il soggiorno in Svizzera sia interrotto per almeno 6 mesi consecutivi;
  2. Il concetto del “centro di interessi” di una persona “ha in realtà una portata circoscritta, segnatamente alle procedure di decadenza, e che anche in quel contesto non costituisce affatto il criterio principale sul quale basarsi”.

In questo caso, dunque, a livello giuridico sia il Consiglio di Stato che il TRAM non dovevano dichiarare la decadenza del permesso, in quanto, come osserva il Tribunale Federale, bisognava verificare piuttosto se sussistevano o meno fin dal principio i requisiti per il rilascio del permesso di dimora, che consistono, come è noto, nel possesso di mezzi finanziari adeguati a non andare a carico dell’assistenza e di una copertura assicurativa adeguata (la cassa malati, insomma). E quindi il discorso del centro di interessi non andava applicato in questo caso. In più, come osservano ancora i giudici, “non risulta che i soggiorni all’estero del ricorrente abbiano mai superato i sei mesi così …, la norma citata riguarda inoltre la decadenza del permesso [ovvero, come detto, il suo ritiro mentre è ancora valido], non il suo rinnovo o la concessione di un nuovo permesso, che restano in ogni tempo possibili”. E per lo più “In parallelo, al ricorrente non è nemmeno rimproverato di non rispettare le condizioni richieste dall’art. 24 cpv. 1 allegato ALC (mezzi finanziari sufficienti per non dover ricorrere all’assistenza sociale e assicurazione malattia che copra tutti i rischi), di modo che – almeno per questo motivo – l’art. 23 OLCP, che permette di non rinnovare i permessi di dimora se le condizioni per il loro rilascio non sono più adempiute, non pare applicabile. “

Insomma, se il cittadino X ha dimostrato di avere i mezzi per mantenersi in Svizzera, dove passi il suo tempo libero è affar suo e ha diritto a ottenere un permesso di dimora, a patto che nel periodo di validità del permesso non resti fuori dalla Svizzera per più di 6 mesi consecutivi, pena, appunto la decadenza. Quindi altro che fine settimana in Italia! Tanto più che nel caso in questione, il cittadino ha prodotto in suo sostegno diverse dichiarazioni di vicini di casa e conoscenti e della farmacista del paese circa frequenti visite per diverse patologie di cui soffre, l’affiliazione ad un’associazione culturale e la dichiarazione del medico che lo ha in cura dal 2013, ed è inoltre proprietario (non affittuario) di un appartamento di tre locali in cui vive. Anche la contestazione che la moglie viva all’estero è stata stoppata, in quanto, al di là del fatto che ella ha poi lasciato il lavoro per trasferirsi in Ticino richiedendo un permesso di dimora, “la flessibilità negli spostamenti e la possibilità di organizzare il proprio tempo libero senza particolari vincoli costituisce proprio una caratteristica delle persone che non svolgono (più) nessuna attività lucrativa e – per lo meno nella misura accertata nella fattispecie – non può quindi costituire, nemmeno esso, un motivo per concludere che il sollecito del rinnovo di un permesso giusta l’art. 24 allegato I ALC sarebbe addirittura abusivo”. Insomma, ancora una volta si ribadisce: ognuno del suo tempo libero, nel limite di 6 mesi consecutivi, fa un po’ quello che vuole e soprattutto DOVE vuole.

E lo “schiaffo finale”, se vogliamo, alla decisione della Sezione della Popolazione arriva in uno degli ultimi paragrafi:

Ora, ritenuto che le istanze cantonali erano partite da altri presupposti (precedente consid. 2), riguardo alle condizioni previste dall’art. 24 allegato I ALC per il rinnovo del permesso – ovvero l’esistenza di mezzi finanziari e di una copertura assicurativa sufficienti – il giudizio impugnato non contiene tuttavia nessun accertamento specifico. Di conseguenza, l’incarto va rinviato alle autorità migratorie ticinesi, affinché approfondiscano i due aspetti citati e si pronuncino in seguito nuovamente sulla fattispecie. In questo contesto, esse devono però prendere sin d’ora atto del fatto che, in caso di rispetto delle due condizioni menzionate, il ricorrente avrà diritto a un rinnovo del permesso almeno per ulteriori cinque anni”

In breve, funzionari al servizio di Gobbi: avete preso una decisione fondata su un criterio illegittimo, non avete fatto gli accertamenti necessari riguardo i criteri invece richiesti, e nel caso essi siano confermati non avete diritto di chiedere a una persona dove passa il suo tempo libero e negargli il permesso di conseguenza.

Se non è uno schiaffo a tutto l’impianto di Gobbi questo…….

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