Quando Gobbi chiede scusa

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Soltanto perché le videocassette non vanno più di moda e il videoregistratore è ormai da tempo in cantina a far la muffa. Ma l’aver visto Gobbi intervenire mercoledì al Quotidiano e sentirlo scusarsi per almeno una è delle tante cose fatte un po’ troppo alla Norman, davvero non ha prezzo. È una di quelle scene da vedere e rivedere un po’ come per i migliori gol di Maradona. Forse non con lo stesso entusiasmo, ma comunque con una certa gioia. Perché chiedere scusa è segno d’intelligenza.

Ma facciamo un passo indietro. Martedì sera dopo i fatti di sangue avvenuti alla Manor di Lugano, con l’accoltellamento di due donne, a Bellinzona s’organizza in fretta e furia una conferenza stampa per fare luce sui fatti. Luce per modo di dire. Perché le informazioni date in quell’occasione sono alquanto fumose. È tutto un dire e non dire. Non si esclude la pista del terrorismo, dicono. Che vuol dire tutto e non vuol dire nulla. Così come non si può escludere che Donald Trump sappia ballare il tip tap. Forse è terrorismo. Ma il perché rimane un segreto.

Norman Gobbi, il capo della polizia ticinese Matteo Cocchi e la responsabile della polizia federale, Nicoletta Della Valle, in pratica non hanno detto quel che sapevano davvero, non in conferenza stampa, salvo poi spiegare con un tweet arrivato solo in tarda serata quali fossero gli elementi che portavano a valutare l’ipotesi dell’attentato terroristico. Come oggi, a qualche giorno di distanza, ben sappiamo, l’accoltellatrice era già nota alle autorità visto che il suo nome era legato a un’indagine di polizia del 2017 relativa al terrorismo jihadista.

E ci voleva molto a dirlo anche in conferenza stampa? Altrimenti a che serve organizzarne una? Così il giorno dopo, di fronte ad un Alain Melchionda che lo incalzava, Gobbi ha spiegato che “l’obiettivo era quello di essere trasparenti ma purtroppo qualcosa non ha funzionato”. E già qui le prime grasse risate. La polizia e Norman Gobbi trasparenti? Ma ci ricordiamo o no la comunicazione a senso unico che in primavera ha tenuto banco durante la prima ondata di Coronavirus? Con gli occhi fuori dalle orbite del comandante di polizia che diceva agli over 65 del Ticino di “andare in letargo”?

Del resto l’Associazione ticinese dei giornalisti non ha potuto che esprime sconcerto e delusione per com’è stato gestito quell’incontro stampa. Un ulteriore motivo per il buon Norman di dire, testuali parole, “mi scuso, mi scuso per questo (piccolo) inconveniente, che mi ha trovato molto indisposto, penso come hanno capito in molti. Il mio modo di comunicare in maniera un po’ meno diretta del solito era soprattutto nel rispetto dell’autorità federale che stava conducendo l’inchiesta”. E come dargli torto, in questa occasione un bel “che cazzo me ne frega a me” a me non ci stava proprio.

Tanto più che se si fosse davvero trattato di un atto terroristico, la cosa avrebbe fatto la fortuna di chi su queste cose c’ha costruito la propria carriera politica. Ecco perché tra quel che vorremmo e quel che è davvero, tra propaganda e informazione, è sempre bene saper distinguere. Per onestà intellettuale e intelligenza politica. Perché quando si è il presidente del governo si è il rappresentante di tutti e non solo di una parte. Anche di chi c’ha il moroso oltre la ramina o di chi flirta con l’Islam più estremo e radicale.

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