Sette uomini morti sepolti nell’acciaio

Di

Sette ragazzi del Magreb decidono di partire per l’Europa. Il sogno ricorrente della disperazione africana. Un viaggio con un epilogo tragico e impossibile, di quelli che pongono domande crudeli al nostro inconscio.

Sono sette ragazzi nordafricani. Hanno un sacco di cose per la testa. Chi è più riflessivo, chi più gradasso, ci sarà anche quello del gruppo che fa lo scemo. C’è sempre.

Fa ridere, se vedi le foto nemmeno sembrano africani. Potrebbero essere italiani, greci o svizzeri. Venivano dall’Algeria, dal Marocco, dall’Egitto. Da posti caldi e pieni di polvere, con le litanie dei muezzin che recitano i salmi, col sole che asciuga tutto in un attimo, anche i ricordi.

Nemmeno sembrano africani, perché gli africani per noi ottusi europei sono neri. E loro è normale che muoiano, perché nell’immaginario collettivo sono la quintessenza della povertà. E a morire sono sempre i poveri, o quasi.

Questi ragazzi li leggiamo diversi perché uno ha gli occhiali, l’altro una pettinatura alla moda, un altro ancora un cappellino da baseball e uno un sorriso disarmante. Sembrano gente nostra. In un razzismo inconsapevole, dove il diverso crea meno sussulti dell’anima. 

Vogliono arrivare a Milano, a seguire l’inutile sogno del lavoro, di un minimo di benessere. Perché se ne vanno? Vedete voi, non ci sono prospettive per i giovani nel sud Italia, figuratevi in Algeria. E allora via, è un’avventura, tanto peggio non può andare. Si parte, clandestinamente ovvio, mica puoi andare in aereo.

Il viaggio, attraverso la rotta balcanica, li porta in Serbia, poi in treno fino al porto di Rijeka, in Croazia, caricati e nascosti in un container navale, devono arrivare a Milano. Un viaggio di poche ore vero? Lo scemo scherza, il ragazzo con gli occhiali pensa alla famiglia, quello col berretto da baseball arrotola una sigaretta e la offre al suo compagno. Fa freddino a Rijeka, la vecchia Fiume degli italiani, che pur essendo adagiata a sud della meravigliosa parte di adriatico che avvolge la laguna veneta, non è la Sicilia.

Da lì il container dovrebbe proseguire in treno fino a Milano. Poche ore ancora e ci siamo ragazzi. Ansia e paura dell’ignoto si fanno strada nelle menti dei sette, ma non devono preoccuparsi. Non devono, perché invece che in treno a Milano, quel container sarà caricato su una nave che fa il giro del sudamerica. Un lungo, lungo viaggio in una specie di cargo intercity.

Non devono preoccuparsi perché sono morti, sicuramente pochi giorni dopo. Ma forse è meglio così. Tre o quattro giorni bastano per morire di sete, se avessero avuto l’acqua ci avrebbero messo un mese, impazzendo, strappandosi gli occhi nel buio rivestito di lamiera. Sono morti di inedia. Chissà cosa hanno pensato, cosa si sono detti quando hanno capito. Capito che erano seppelliti nell’oscura stiva di una nave, sotto decine di altre bare di ferro accatastate, col buio cieco a farla da padrone ma che almeno pietosamente risparmiava loro il terrore negli occhi dei compagni.

Questa è la gigantesca vergogna dell’umanità. La sofferenza inutile, la morte orribile e stupida, solo perché non siamo capaci di condividere un po’ di benessere. Come ogni volta un po’ di me rimane sepolto con loro, tra i gemiti del fasciame d’acciaio e il cigolio delle catene sui paranchi. L’odore di salmastro accompagna l’agonia di quei sette ragazzi, che vanno a sommarsi agli gli affogati del mare, ai fucilati delle coste, ai morti nel deserto. 

Un’altra storia che vorremmo dimenticare ma non possiamo, perché è questo che ci rende umanità. 

Zugar Hamza, Sidahmed Ouherher, Ahmed Belmiloudi, Said Rachir, Rachid Sanhaji, Mohamed Hadoun e Yessa Aymen hanno toccato terra in Paraguay, quattro mesi dopo essere partiti dalla perla della Croazia. Sono morti nel vano tra il carico e il soffitto del container, tra le loro feci, le loro grida di disperazione e l’indifferenza del mondo. 

Le stelle in cielo continuano a brillare, e guardano immote senza capire perché ci agitiamo tanto. Le stelle hanno seguito il cargo nell’immobilità dell’atlantico e brillano sopra i campi libici. Brillano su una situazione che è sempre uguale a se stessa e di fronte alla quale siamo meno di sassi.

Una cosa che ci seppellisce un po’ di più ogni giorno. 

GAS è gratuito, perchè riteniamo fondamentale che il maggior numero di lettori possibile possa avere un’informazione alternativa rispetto alla stampa ufficiale.

Il nostro lavoro, tuttavia, comporta degli investimenti. Abbiamo scelto di non ricorrere alla pubblicità per non “sporcare” il sito con annunci pubblicitari, e mantenere la nostra indipendenza rispetto al mondo imprenditoriale ed economico. Ci sosteniamo solo tramite le adesioni dei nostri soci e le donazioni dei nostri lettori.

Se anche tu vuoi aiutarci ad andare avanti nel nostro lavoro di informazione indipendente e alternativa, puoi contribuire diventando socio di GAS oppure con una donazione libera. Grazie per il tuo supporto.

SOSTIENI GAS NO,GRAZIE!