Siamo stanchi di parlare ancora di violenza sulle donne

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Siamo ancora qui, nel 2020, a parlare di una giornata contro la violenza sulle donne. Ed è questo il fatto più grave, che ci debba essere una giornata contro la violenza sulle donne. Che non siamo ancora riusciti in nessun modo a sradicare una piaga così oscena, che stiamo ancora qui a discutere di cosa possiamo fare, a presentare statistiche, a cercare soluzioni. Siamo ancora qui a discutere fatti di cronaca avvenuti l’altro ieri, attuali, non stiamo parlando di Rosa Park che non si alza sul bus o dei rastrellamenti dei ghetti ebraici: non è una giornata della memoria, ma dell’ordinaria, orrenda, macabra realtà quotidiana. Una realtà in cui ancora c’è bisogno di precisare, di specificare, magari anche in una legge, che NO vuol dire NO (e al riguardo, non è che in Svizzera siamo messi benissimo, il concetto di “consenso” non è ancora pienamente inserito nella legislazione penale contro lo stupro, che attualmente richiede che sia provata una costrizione, altrimenti non è stupro). Una realtà in cui si discute ancora di chi sia la vittima e chi sia il carnefice, in cui di fronte a ogni fatto in cui sia coinvolta una donna violentata, molestata, offesa, ci sono ancora troppi schifossimi “ma” e “però”: “ma chissà com’era vestita”, “però lui stava scherzando”, “però a lei in fondo piace”. E mi fermo qui perchè di questo letame ne abbiamo annusato fin troppo.

Quello che inquieta, e disgusta, è che alla violenza fisica man mano si sono aggiunte altre forme di soprusi e umiliazioni, che proprio per l’assenza dell’elemento fisico spesso, nel sentire comune, sono considerate più “leggere”, fino ad essere derubricate, fin troppo spesso a “ragazzate” o “goliardate”. Come se un fenomeno, ad esempio, come il revenge porn, di cui abbiamo già parlato spesso, fosse meno grave di una molestia fisica: come se spargere ai quattro venti immagini intime, magari inviate in un contesto di complicità e soprattutto fiducia, sia una roba da poco, un gioco fra amici.

Ditelo alla maestra di Torino protagonista delle cronache degli ultimi giorni, che il suo amante ha condiviso le foto da lei inviate sulla chat del calcetto con gli amici “per gioco”, e che poi per la rivalsa della moglie del suddetto play boy di quartiere, e per quel bizzarro processo mentale secondo cui una maestra non può avere una vita sessuale, ha perso il lavoro. Ditelo alle Tiziana Cantone, alle Carolina Picchio, che di fronte a questo “scherzo” non hanno retto e per la vergogna si sono tolte la vita.

E poi c’è l’altra violenza, quella degli sguardi, del giudizio, della maldicenza: quella che raccoglie i pasdaran del “se l’è cercata” e i loro prodi alfieri in certo giornalismo da ecocentro, quelli che ti vengono a dire che “lui era un bravo ragazzo”, che ti vengono a raccontare di che uomo di successo fosse quel Genovese che ha praticamente torturato una ragazza di 18 anni per ore, quelli che ti narrano dell'”amichetto” delle due ragazze 15enni violentate da ubriache in spiaggia. Quella violenza che è ormai una vera e propria cultura dello stupro, peggio, una religione dello stupro, con i suoi riti, i suoi santi e i suoi eretici: il bravo ragazzo che non ha fatto nulla, la ragazza troppo civettuola che ha provocato, il maschio che è cacciatore e ha certi istinti da non risvegliare, e via dicendo. Quella religione che porta buona parte delle persone a rispondere, in un sondaggio, che in più di metà dei casi se una donna viene stuprata è colpa sua, e forse le è anche piaciuto.

Viene quasi la nausea a ripeterlo ancora, ma se siamo, appunto, di nuovo qui nel 2020 a parlarne evidentemente è un concetto che è difficile da far passare: serve una nuova educazione sessuale, che vada oltre spiegare come nascono i bambini, ma che insegni cosa è una relazione uomo-donna sana e cosa è invece una relazione tossica, cosa è consenso e cosa non lo è, che NO è NO, che si può anche cambiare idea durante il rapporto, che non c’è nessun maledettissimo contratto scritto o nessun obbligo morale per cui si deve per forza arrivare alla fine se non ci si sente più a proprio agio. Che andarsene in giro con la maglietta “Centro Stupri” non fa ridere per un cazzo.

Serve estirpare la mascolinità tossica che sta distruggendo un’intera generazione di uomini, inculcando che la violenza verso una donna può essere giustificata in base all’assurda idea del ruolo subalterno di quest’ultima e che anzi sia quasi necessario imporsi anche in modo violento e prevaricatorio, “fare gli uomini” come sinonimo di mostrare virilità e forza. Che si, tutte le violenze sono da condannare, ma che questo non vuol dire negare l’esistenza del femminicidio come violenza con delle sue caratteristiche particolare indissolubilmente legate al genere. Perchè siamo stanchi di sapere che nel 2020, non ancora finito, in Italia, per dire un paese a noi vicino, una donna ogni 3 giorni muore sotto le mani del partner, che ci sono ancora e ci saranno ancora tante . Sara, Stefania, Violeta, Vanessa, Noemi, Jessica, Valentina, Nicolina, Marianna, Carmela, Letizia, Laura, Michela, Federica, Debora, Marinella, Carla, Luana che cadranno per quello che una certa stampa si ostina a chiamare ancora “amore”. Siamo stanchi e sconfortati sapendo che ci saranno altre Tiziana, altre Carolina che moriranno perchè vittima di “un gioco”, che ci saranno altre donne umiliate, offese, violentate in quanto donne e che non avranno neanche la dignità di essere riconosciute unanimemente come vittime, che dovranno ancora giustificarsi per una gonna corta o per uno sguardo ammiccante o per un messaggio più spinto.

Davvero, siamo stanchi di parlare ancora di questo. E la cosa triste, è che saremo ancora qui, l’anno prossimo, a parlarne ancora. Perchè non basta più dire che la violenza sulle donne è un cancro sociale: qui siamo arrivati alla metastasi culturali.

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