Un selfie con il cadavere di Maradona

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“Sai che a Lugano, in via Nassa, ho incrociato George Clooney”. Un tempo sarebbe stato più difficile avere le prove. A qualcuno poi sarebbe comunque rimasto il dubbio, di fronte a un’affermazione del genere. Sarà vero? Un tempo ci si accontentava dell’autografo di una celebrità. Oggi no, impera il selfie. Lo ha capito benissimo uno come Salvini che, pur essendo un predatore non disdegna affatto il ruolo di preda. Lo è stato in un celeberrimo scatto della sua ex fidanzata, la conduttrice televisiva Elisa Isoardi, prima che lo scaricasse definitivamente, così come per centinaia e centinaia di italiani che alla fine di ogni suo comizio pubblico hanno fatto la fila pur di avere una foto con il loro Capitano. 

Va bene. Ma quando si arriva al punto di farsi una foto con un cadavere eccellente per poi postarla immediatamente dopo sui social siamo davvero alla pura follia. Al punto di credere che l’Umanità da qualche parte abbia miseramente fallito e non merito più nulla. Pensateci, ognuno di noi va in giro con in tasca un apparecchio che ha una potenza di calcolo infinitamente superiore a quel computer che ci ha condotto, che ha portato l’uomo sulla luna, eppure lo utilizziamo come se fosse una clava. 

Il cadavere è quello di Diego Armando Maradona. Il selfie quello dei tizi dell’impresa di pompe funebri a cui era stata affidata la salma. La famiglia del campione di cui tutti – perfino il Papa – hanno scritto, ha annunciato che si affiderà al proprio legale per perseguire quel gesto, ma intanto il danno è fatto. Il sacrilegio è compiuto. La profanazione avvenuta. Una porcheria che da qualsiasi lato la si guardi rimane tale. Metti anche che eri un suo fan sfegatato, ma che rispetto hai delle spoglie mortali di quel tuo mito se ti permetti di farne uno strumento per trarne un profitto, per farti bello sui social?

A Buenos Aires, dove dal momento della notizia della morte del Pibe de Oro il Presidente argentino ha decretato tre giorni di lutto nazionale rivolgendosi al fuoriclasse con un “grazie per essere esistito” la gente della capitale si è riversata per le strade a intonare inni da stadio ma anche e soprattutto a piangere. Un po’ come è successo a Napoli che ha già annunciato il cambio di nome al suo stadio. Da San Paolo a un altro santo. Quel San Diego Armando, quel Santa Maradona che alla città partenopea fece vincere due scudetti e una coppa Uefa. Un mito, una leggenda, un eroe, ma per prima cosa un uomo, con tutte le sue fragilità e le sue contraddizioni che di certo non meritava di vedersi trasformato, pure dopo morto, in un trofeo da appendere in chissà quale bacheca di Facebook.

Ecco cosa siamo diventati. Ognuno di noi concentrato, chi più chi meno, a compiacere e ad alimentare il proprio ego. Siamo un branco di sciacalli pronti a sbranare qualsiasi carcassa ci capiti a tiro. Anche quella di chi, fino al giorno prima era stato il nostro più grande idolo e per il quale nutrivamo un rispetto reverenziale. Siamo noi. La generazione social. Sempre pronti a fare click. Sennò cosa faccio vedere agli amici? E chi se ne frega se si tratta di un tuo nipotino di tre anni, il cucciolo di chissà quale specie di animale in via d’estinzione o il cadavere di Maradona, quel che conta è dimostrare al mondo che esistiamo, non per quel che abbiamo fatto, ma semplicemente per dire che ci siamo e basta. Noi lì c’eravamo. Io esisto. Aspetta che ti posto il mio ultimo selfie che lo prova.

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