Addio al signore delle spie

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John Le Carré, un fuoriclasse del thriller ma anche e soprattutto un grande romanziere. La sua non è narrativa ma letteratura. 

Anno proprio brutto questo 2020, da mettere via in fretta. Anche per il mondo letterario ci sono state un po’ di partenze difficili da sostituire. Dopo Gianni Mura, Carlos Ruiz Zafon e Luis Sepulveda ha salutato tutti un altro grandissimo: David John Moore Cronwell, meglio conosciuto come John Le Carrè. Un nome che dice tutto, un nome che dice troppo. Perché tutti nel leggerlo pensano allo spionaggio, a quella sottocategoria del genere giallo o noir. E invece, signori e signore, con Le Carrè si parla di letteratura. Alta letteratura: “Il miglior romanziere britannico“, ha sentenziato in tempi non sospetti Philip Roth. “Da premio Nobel” hanno decretato parecchi critici. E infatti nella sua copiosa produzione nessuno vada a cercare semplice (pur sempre apprezzabile, diciamolo) intrattenimento. Qui c’è pensiero, politica, etica. Visione del mondo e … dell’uomo. 

La sua storia va raccontata. Figlio di una famiglia problematica (viene abbandonato dalla madre mentre il padre è bravissimo nello spendere il doppio di quel che guadagna ogni mese) abbandona la scuola britannica e grazie ad un aiuto non meglio precisato arriva a Berna per continuare gli studi. Un’esperienza che si rivelerà di fondamentale importanza. Infatti la padronanza della lingua tedesca gli aprirà le porte dei servizi segreti britannici: siamo nel 1950, lui ha 19 anni e in Europa si assiste ad un girovagare di fuoriusciti nazisti in fuga (e … in vendita ai nemici). Siamo nel pieno della guerra e lui, John Le Carré, nome francese ma spessore tedesco (“quadrato” ha scelto come cognome…) vive la vita di spia in prima persona. Poi la racconterà con piena conoscenza di causa.

Nei primi Anni Cinquanta la scena letteraria, o forse sarebbe meglio dire narrativa, è dominata da Ian Fleming con il suo James Bond (“Il mio nome è Bond, James Bond”). “Casinò royale” (1953), “Vivi e lascia morire” (1954) hanno già sbaragliato le classifiche di vendita di tutto il mondo. 

La narrazione dello spionaggio da parte di Fleming, con il suo eroe seriale agente 007 (sciupafemmine, scappa e insegue come nessuno, intelligente e astuto, scazzotta a dritta e manca, padroneggia come nessuno le ultimissime tecnologie…) non piace a Le Carré. Il mondo delle spie ai suoi occhi non è da “ricchi premi e cotillon con qualche colpo di scena sempre e comunque favorevole, o perlomeno edulcorato. È uno sporco lavoro che qualcuno deve pur fare“. E così ecco il nostro Le Carré a proporre un modo e un mondo alternativo. Con il suo eroe seriale Smiley: goffo, messo male fisicamente, malvestito come pochi, trattato male da superiori e tradito dalla moglie. Stanziale. Un anti-eroe più unico che raro, alternativo e … fantastico. Inizia così la strepitosa carriera letteraria di John Le Carré. Dapprima scrittore (e soldato) della Guerra fredda, poi fustigatore del nuovo mondo, fino alla Brexit (che lui non digerisce: “Eravamo isola con un senso quando legata all’Europa, ora isola abbandonata nel mare“). La profondità nella descrizione psicologica dei suoi eroi è prodigiosa, avvicinandolo al noir puro (“il bene e il male: dove sta la sottile differenza? ma esiste poi questa distanza?” A Le Carré interessano gli uomini in carne e ossa, tutte le vicende cosiddette storiche non possono che essere lette e interpretate se non dal punto di vista dell’essere umano, meglio quando situato in una posizione ai margini). 

E’ subito clamoroso successo, poi confermato nei decenni. Tradotto in tutte le lingue del mondo oggi si parla di sessanta milioni di copie. Arduo proporre una graduatoria dei titoli, o consigliare una successione di lettura. Certo la trilogia di Smiley (“La talpa” -1975-, “L’onorevole scolaro” -1978- e “Tutti gli uomini di Smiley” -1980-) ha un suo grande perché. Ma qui stiamo evitando “Chiamata per il morto” (1960), “La spia che venne al freddo” (1963), “La tamburina” (1983):  “La casa Russia” (1989), “Il sarto di Panama” (1997), “Il nostro traditore tipo” (2010), titoli decisamente meritori. Uniti da un fil rouge imprescindibile: la sua tensione morale, oseremmo parlare di letteratura morale del Novecento. Senza dimenticare la passione politica, con quel suo modo di essere patriota senza essere sovranista, o nazionalista, imperialista e razzista. Questa è etica! Ci mancherà. Che la terra gli sia lieve.

Titoli imperdibili.

Chiamata per il morto, 1965, ed. Feltrinelli

La spia che venne dal freddo, 1964, ed. Feltirinelli

La talpa, 1975, ed. Rizzoli

L’onorevole scolaro, 1978, ed. Rizzoli

Tutti gli uomini di Smiley, 1980, ed. Rizzoli

La casa Russia, 1989, ed. Mondadori.

Il sarto di Panama, 1997, ed. Feltrinelli

Il giardiniere tenace, 2001, ed. Mondadori.

Un passato da spia, 2018, ed. Mondadori

La spia corre sul campo, 2019, ed. Mondadori

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