Addio Pepe, sognando California

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Questo fottutissimo e vigliacchissimo 2020 non la smette di sottrarci persone e ricordi, fette importanti di passato e storiche presenze amiche. Muore l’anima dei Dik Dik, storico complesso che ha segnato gli anni ’60 e 70 della musica italiana.

Se ne è andato (un modo di dire che sfiora l’eufemismo di maniera, perché andarsene non dovrebbe mai significare morire) anche Pepe, al secolo Erminio Salvaderi, fondatore, con Pietruccio e Lallo, del mitico gruppo dei Dik Dik .

La band, nel 1965, chiese in prestito il suo nome a una piccola e simpatica antilope africana, abituata a corse perdifiato nelle savane, opponendo il suo onomatopeico e quasi buffo zampettare alla fulva minaccia della sagoma del leone, un re amante del solito noiosissimo goloso refrain: “Se un Dik Dik fosse Moby Dick”.

Pepe era la seconda voce della band e dalla tastiera traghettava spesso le sue svelte dita alla chitarra ritmica.

“Sognando la California” resta uno dei più amati 45 giri della mia vita: occupò a lungo i primissimi posti della Hit Parade di Lelio Luttazzi, sgomitando con il languidissimo “Strangers in the night” del cannibale Frank Sinatra.

Ai tempi beati contavo quindici anni appena suonati e scandivo quotidianamente, quasi fosse una ripetitiva orazione da convento, quel cielo grigio su e quelle foglie gialle giù, cercando certo un po’ di blu negli incredibili occhi di una certa Susanna che, beata lei, già in California era stata.

Entravo in ipnosi con la straordinaria canzone dei Dik Dik e immaginavo uno spumeggiante surf sulle esagerate onde della spiaggia di Santa Monica, simulavo galoppate enologiche nelle valli di Napa e Sonoma e mi illudevo di traccheggiare nel parco nazionale delle sequoie, misurando i diametri dei tronchi con un metro da sarta che cuciva per i ciclopi.

Nonostante le luci di Los Angeles fossero milioni e milioni, mi addormentavo allora sazio di fantasie, covando nel confidenziale buio della mia camera un portentoso presentimento.

Che si concretizzò, giusto nel 1970, nella esplosione delle note che sgomitavano dentro “L’isola di Wight”: e, come un imbecille, un pervicace esaltato imbecille, urlavo nel bagno la mia esuberanza con “Hippi hippi pi , hippi pi, hippi pi” cercando, nel dimenarmi alla Dik Dik, di non alterare la perfetta sterilizzazione della tavoletta del water.

Su quell’isola, che esisteva veramente, si radunarono in 600’000: tutti, tumultuosamente, nello spazio di una manica, capite?

Fu una biblica migrazione di giovani carichi di elettricità positiva, piroettanti sulle montagne russe della condivisione, con Joan Baez e Jimi Hendrix.

Ieri, 20 dicembre 2020, prendo atto che lo spregevole Covid si è permesso di scipparmi qualche altra gemma dei miei strategici trascorsi.

E Pepe si dissolve, nella dissolvenza di una California che già non è più quella di prima.

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