Agitu Gudeta, colei che amava la terra

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L’efferato omicidio dell’agricoltrice Agitu Ideo Gudeta ha sconvolto il Trentino, luogo dove la donna viveva, e non solo. La sua è una storia difficile da raccontare, ma necessaria, per onorare la memoria di una donna che ha combattuto per i suoi ideali.

Sorride Gudeta mentre guarda l’obiettivo in tutte le foto che la ritraggono, fra le mani una forma di formaggio oppure una crema, prodotti con il latte di capra. Un sorriso solare, gentile, maturato in una vita scandita da momenti difficili e travagliati, affrontati con coraggio e dedizione da una donna che non ha mai voluto girare o abbassare il capo di fronte alle ingiustizie.

Agitu Gudeta, pastora ribelle

Nata ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, il primo contatto con l’Italia per Gudeta arriva nel 1996, all’età di 18 anni, quando si trasferisce nella vicina Penisola per studiare sociologia all’Università di Trento. Ritorna nel suo Paese d’origine, ma ben presto, nel 2010, la donna si vede costretta a fuggire, perché minacciata del governo guidato dal Fronte di Liberazione del Tigrè, una minoranza etnica che, dal 1991, ha soggiogato il Paese, causando violazioni dei diritti umani, massacri su civili e una grave crisi umanitaria. 

Agitu è una oppositrice e partecipa attivamente alle manifestazioni contro le condizioni di sfruttamento della Regione dell’Oromia e dei contadini. In particolare, la donna denuncia  le politiche di quello che viene definito come land grabbing, ovvero l’incetta delle terre e dei pascoli da parte di aziende o Paesi stranieri, il tutto senza il consenso delle comunità che le abitano e che le utilizzano per mantenersi. 

Gudeta, insieme ad altri compagni, aveva denunciato questo, il land grabbing, ovvero il colonialismo che non ha mai abbandonato del tutto l’Africa. Diversi oppositori vengono uccisi e trucidati per aver protestato, mentre Agitu riesce a scappare e a essere riconosciuta, dallo Stato italiano, come rifugiata politica.

Si trasferisce in Trentino, nella valle del Mocheni e, dopo due anni passati come cameriera in un bar, nel 2012, decide di aprire la sua azienda agricola, avviando un allevamento di ovini di razza pezzata mochena, specie autoctona a rischio estinzione, e recuperando ben undici ettari di terreni in stato di abbandono.

Agitu avrebbe compiuto 43 anni. Come avrebbe passato la giornata del suo compleanno non c’è dato sapere e probabilmente non lo sapremo mai. Agitu non c’è più, se l’è portata via  la rabbia cieca di un uomo, che l’ha uccisa per futili questioni economiche. 

Una busta paga arretrata 

È lo stesso omicida a confessarlo, qualche ora dopo il ritrovamento del cadavere. 

Adams Suleiman, 32enne di origini ghanesi, dipendente dell’azienda agricola, armato di martello, avrebbe inflitto diversi colpi alla testa della donna, per poi commettere  l’ultimo sfregio sul corpo di Agitu agonizzante, abusando sessualmente di lei.

Il movente, stando a ciò che riferisce l’uomo, sarebbe stato uno stipendio non concesso e richiesto a più riprese. Il 32enne aveva tentato invano di nascondersi nella stalla. Ora si trova nel carcere di Spini di Gardolo a Trento.

Agitu Gudeta, colei che amava la terra

Come avrebbe passato la giornata del suo compleanno, non c’è dato sapere e probabilmente non so sapremo mai.
Forse l’avrebbe trascorsa fra le sue adorate capre, a cui aveva giurato amore. Un legame quello di Agitu con la natura e questi animali molto profondo e che la rendeva felice, come la stessa donna raccontava affidandosi ai social: “Nulla conta di più di loro nella mia vita e nulla mi appaga come il loro amore puro incondizionato, sono la mia forza e il mio rifugio, sono in grado di rigenerarmi, mi trasmettono serenità tranquillità e li sono grata, io esisto perché ci sono loro e sono la mia vita”.

Un rapporto difficile da spiegare e da comprendere, per molti di noi, abituati a una vita agiata, di città, slegata da tutti quei legami arcaici con la terra.

Agitu questo legame invece voleva coltivarlo giorno per giorno e aveva lottato tutta una vita per poterlo fare. 

Agitu era, prima di tutto, questo: una contadina, una pastora, un’agricoltrice, un’imprenditrice, un’ambientalista. Chiamatela come volete, ma lei era questo ed era stata costretta ad andarsene, a fuggire, a rimboccarsi le maniche per inseguire il suo sogno e la sua vocazione. 

Eppure, e qui mi permetto di esprimere una mia opinione, perché lo trovo doveroso.  Ancora tanti, troppi media e non solo si sono soffermati su altro: il colore della sua pelle, il passato migratorio, la distinzione fra buono e cattivo migrante, il movente razziale per forza e a ogni costo. 

In soli due giorni, abbiamo visto giornali che hanno gridato al vicino razzista come probabile assassino perché, in questo assurdo gioco dei ruoli sociali, il nero può morire solo in due modi: ucciso per via del pigmento della pelle o perché era uno spacciatore, alimentando così l’idea che la comunità afro può essere solo oppressa o criminale. 

In soli due giorni, abbiamo visto anche la loro controparte, altri giornali -solitamente di destra- prendere la palla al balzo, strumentalizzando l’accaduto per poter dire: “Siete talmente ossessionati dal razzismo che lo vedete anche quando esso non c’è”. 

In soli due giorni abbiamo visto giornali etichettare Agitu come “migrante modello” , ergendola a simbolo. A che scopo? Per mostrare che ci sono i brutti e cattivi anche fra i migranti? Oppure per lavarci la coscienza? Appuntare al petto di queste persone una medaglietta, per i sacrifici e la fatica fatti per venire e costruirsi qualcosa qui, sapendo perfettamente che gran parte di quella stessa sofferenza è causata da noi? 

Per noi parlare di quei giornali che in due giorni, sono riusciti a soffermarsi solo sui dettagli macabri dell’omicidio e della violenza sessuale. Perché un pizzico di sensazionalismo fa sempre bene alle vendite del giornale, vero? 

Queste narrazioni sono tossiche e non permettono di dare un’immagine dignitosa alla donna che è ed è stata Agitu Ideo Gudeta. Una donna che ha sempre combattuto per le sue idee e per quell’infinito, rispettoso, coraggioso amore che la legava alla terra.

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