Aiuti Covid, inizia il massacro

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Il calvario vissuto da piccole e medie imprese, da esercenti e indipendenti assume sempre di più i tratti di un’odissea: fra bollette da pagare, disposizioni dello Stato traballanti e ritardi nella concessione delle indennità per far forte alla crisi causata dal virus. 

Se durante la prima ondata le cose erano filate lisce come l’olio, non si può dire così per la seconda. Siamo andati fieri del sistema svizzero, e siamo stati fra i primi ad essere stupiti della competenza e della velocità con cui la Confederazione ha reagito.

Un esempio di questo, sono state le indennità per perdita di guadagno per gli indipendenti (IPG),  le sovvenzioni per lavoro ridotto ai dipendenti e i prestiti della Confederazione, che sono stati elargiti durante il lockdown e dopo con celerità.

Anche i più lamentosi, hanno dovuto ricredersi, perché a parte rari intoppi, tutti hanno potuto vivere quei mesi con la serenità di essere perlomeno parzialmente coperti. Certo, all’appello mancava la copertura degli affitti e delle spese fisse, onerosa per molti, ma per questo c’era appunto in parte la fideiussione garantita dalla Confederazione, un prestito senza interessi che per molti è stato un paracadute per evitare lo schianto.

La seconda ondata è… un incubo!

Completamente diversa la storia in questo secondo periodo. Molti cittadini, non si rendono conto di che ginepraio è diventato, per i dipendenti e gli indipendenti, gestire le indennità per il lavoro ridotto e le IPG, al punto che serve praticamente un professionista del settore per compilare moduli e arrivare a fornire tutti i documenti necessari per sopravvivere.

Parliamo in particolare per gli indipendenti.

Le IPG Corona, sono state stanziate per la prima volta a partire da metà marzo, per poi essere sospese il 16 di settembre. Il 5 novembre sono nuovamente ripristinate, ma con una modalità completamente diversa e da questa data ricevere le prestazioni è diventato un incubo.

Le nuove disposizioni 

Per ottenere le IPG, il richiedente deve avere una perdita di almeno il 55% del fatturato, calcolato su una media degli ultimi 5 anni. 

A tutto questo bisogna aggiungere altri documenti: estratto registro di commercio, attestazione della chiusura a livello cantonale, in alcuni casi non c’è, ma ci sono disposizioni che impediscono virtualmente di lavorare, come per esempio nel settore degli eventi.

Se questo non bastasse, aggiungiamo che la richiesta deve essere rinnovata mensilmente. Comprensibile da una parte, ma se piccoli indipendenti non potevano lavorare ad ottobre per le disposizioni anti-covid, difficilmente potranno farlo a novembre e dicembre, visto che la situazione pandemica non è affatto migliorata e che anzi, sempre di più rende impossibile praticare la propria attività lavorativa.

Se poi l’indipendente ha avuto l’ardire di assumere dei collaboratori il tutto si complica ancora di più. Infatti per loro potrebbe chiedere l’indennità lavoro ridotto, com’è successo durante il lockdown. Peccato però che durante la prima ondata il formulario era stato semplificato. Ora anche qui vengono chieste molte più informazioni e documentazione, come ad esempio il fatturato mensile degli ultimi 5 anni. 60 mesi, sì, avete capito bene.

È solo questo il problema?

Rispondiamo subito: no, non è finita qui. Infatti, oltre a questo c’è la difficoltà ad avere le informazioni presso gli uffici preposti, quelli delle assicurazioni sociali, che faticano a rispondere alle mail, oppure – come confermato dai molti che, per ore e ore, sono stati attaccati al telefono per sapere della propria sorte – tanti incarti e formulari sono andati persi. Sì, avete capito bene. 

Inoltre c’è un altro punto dolente: quello dei ritardi. Ritardi nella decisione di rintrodurre le IPG Corona a novembre, nonostante già a inizio ottobre la situazione fosse critica e tanti impossibilitati a lavorare. E soprattutto ritardi nel consegnare le indennità. Infatti, sono molti gli indipendenti che, pur avendo fatto richiesta a novembre, non hanno ancora percepito un centesimo. 

Per Sergio Montorfani, direttore dell’Istituto delle assicurazioni sociali (IAS), interrogato a La Regione sulla tematica risponde che non ci sono stati ritardi da parte delle competenti autorità federali, che il timeng è giustificato dai tempi tecnici necessari e che “Nei casi in cui il formulario è arrivato debitamente compilato e con la documentazione richiesta, le indennità sono già state pagate. Negli altri casi, invece, che sono purtroppo la maggioranza, si sono dovuti inviare dei solleciti: queste richieste potranno quindi essere evase solo quando l’indipendente avrà trasmesso quanto necessario”.

Sarà, resta comunque il fatto che, durante la prima ondata il timeng per il versamento delle indennità era di qualche giorno. E ora? 

Ora per ottenere l’IPG di settembre-ottobre (questi due mesi vanno accorpati in quanto sono retroattivi), bisogna fare richiesta a novembre e le indennità verranno pagate a metà dicembre. Lo stesso principio vale anche per i mesi a venire. Una logica un po’ bislacca, perché di fatto lascia comunque scoperti due mesi di stipendio e, di conseguenza, lascia nella più totale incertezza il richiedente.

Un sistema per scoraggiare il lavoratore

Alla fine ci si chiede, perché mettere in difficoltà gli indipendenti con una burocrazia elefantiaca? Beh, da una parte c’è di sicuro la volontà di evitare di dare soldi a chi non ne avrebbe diritto, dall’altra viene fortemente il dubbio che questo eccesso di burocrazia, che scoraggia molti, sia un modo per non elargire più soldi e risparmiare.

Infatti, i paletti messi per ricevere le indennità molto probabilmente ridurranno sensibilmente il numero di coloro che ne faranno richiesta, chi perché scoraggiato dalla burocrazia o non in grado di fornire tutti i documenti, chi perché sbaglia nel fornirli e si vede la richiesta respinta. 

Quello che era sollievo durante la prima ondata, è diventato malanimo e frustrazione nella seconda.

Una cosa è certa però: se questa dovesse essere la vera ragione per cui, ancora oggi, tantissimi lavoratori si ritrovano a dar fondo ai propri risparmi per poter tirare avanti, pagare l’affitto, stipendiare i proprio dipendenti e sfamare la famiglia, siamo messi male. Molto male.Perché significa che stiamo facendo morire il piccolo per favorire il grande. Per favorire davvero l’economia invece che la salute del cittadino. 

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