Bobby Fischer, la vera “regina” degli scacchi

Pubblicità

Di

Ad aver recentemente riportato in auge il gioco degli scacchi, sempre che ne avesse davvero bisogno, è stata la miniserie “La regina degli scacchi”. Nel lavoro prodotto da Netflix si racconta la vita di Beth Harmon (interpretata da Anya Taylor-Joy) una bambina prodigio degli scacchi, orfana, seguendo le sue vicissitudini dall’età di otto ai ventidue anni, mentre flirta prima, e combatte poi, contro la dipendenza da alcol e psicofarmaci nel tentativo di affermarsi in un ambiente prettamente maschile e battere il campione russo Vasily Borgov.

È un viaggio nel mondo degli scacchi con le sue regole e i suoi riti, ma anche un percorso intimo dentro l’animo di Beth che proprio tra cavalli, alfieri, torri, pedoni, re e regina trova la sua ragione di vita e la possibilità di un riscatto sociale. Basata sull’ omonimo romanzo dello scrittore e sceneggiatore americano Walter Tevis, “La regina degli scacchi” ha saputo conquistare il pubblico divenendo rapidamente una serie di culto proprio grazie alla capacità di restituire la complessità della sua protagonista che, a chi le chiede cosa l’abbia affascinata fin da piccola di questo gioco risponde: “Fu la scacchiera a colpirmi. Esiste tutto un mondo in quelle 64 case. Mi sento sicura lì, posso controllarlo, posso dominarlo ed è prevedibile. So che se mi faccio male è solo colpa mia.”

Pur essendo una storia di finzione, quella di Beth Harmon, sembra vera. Forse perché s’ispira a quella del leggendario campione statunitense Bobby Fischer, uno dei più grandi scacchisti di sempre la cui vita assomiglia molto a quella di Beth. Una vita fatta di successi, genialità ma anche di sofferenze psichiche. “Gli scacchi sono una guerra condotta sopra la scacchiera. L’obiettivo è schiacciare la mente dell’avversario”. Questa è solo una delle tante frasi celebri dette da Fischer che però non avrebbe certo sfigurato in bocca alla protagonista de “La regina degli scacchi”, a dimostrazione di come anche nel suo caso eravamo di fronte a una figura dalla doppia personalità.

Come scrisse il giornalista Stephen Moss sul quotidiano inglese The Guardian, nel 2005, poco dopo la morte dello scacchista: “La stessa ossessione che lo aveva reso un grande giocatore di scacchi lo ha anche reso un essere umano intrattabile”. Fin da bambino Bobby Fischer era affetto dalla sindrome di Asperger, lo stesso disturbo diagnosticato anche a Greta Thunberg. All’epoca, però, questo suo modo di fare strambo e ossessivo fu scambiato per genialità.  Anche il responso di uno psichiatra consultato dalla madre preoccupata dai modi del figlio sminuì il problema, malgrado il piccolo Bobby non facesse altro che giocare da solo a scacchi tutto il santo giorno muovendo sia i pezzi bianchi che i neri. Un po’ come del resto fa la stessa Beth bambina che, ogni sera, prima di addormentarsi s’immagina e visualizza un’enorme scacchiera sul soffitto.

Da una parte il Bobby Fischer bambino prodigio e genio degli scacchi, vincitore per otto volte di fila del titolo americano e nell’agosto del 1972 il primo scacchista statunitense a diventare campione del mondo, battendo il sovietico Boris Spasskij. Dall’altra una persona disturbata, asociale e paranoica, che alle partite più importanti arrivava in ritardo, oppure imprecava ferocemente per il rumore che facevano attorno a lui gli operatori televisivi. Nonostante tutto ciò, come detto, Bobby Fischer diventò campione del mondo in una partita a scacchi memorabile definita “la partita del secolo”, una partita che vide contrapposti Stati Uniti e Unione Sovietica. Gli stessi schieramenti che si stavano fronteggiando nella cosiddetta Guerra Fredda. Una vittoria che ruppe il predominio dei sovietici e dimostrò che la filosofia di gioco di Fischer era vincente. La sua convinzione era che a vincere doveva essere il miglior giocatore per fantasia, creatività e capacità di adattamento. E fu proprio così che entrò nella storia.

Pubblicità

GAS è gratuito, perchè riteniamo fondamentale che il maggior numero di lettori possibile possa avere un’informazione alternativa rispetto alla stampa ufficiale.

Il nostro lavoro, tuttavia, comporta degli investimenti. Abbiamo scelto di non ricorrere alla pubblicità per non “sporcare” il sito con annunci pubblicitari, e mantenere la nostra indipendenza rispetto al mondo imprenditoriale ed economico. Ci sosteniamo solo tramite le adesioni dei nostri soci e le donazioni dei nostri lettori.

Se anche tu vuoi aiutarci ad andare avanti nel nostro lavoro di informazione indipendente e alternativa, puoi contribuire diventando socio di GAS oppure con una donazione libera. Grazie per il tuo supporto.

NO,GRAZIE!