Botta: il casinò di Campione è brutto

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Lo so già, c’è chi gongolerà, perché l’archistar Mario Botta, quello che sembrava l’unico architetto ticinese dai tempi del Borromini, finalmente ammette un errore di gioventù. “Ora non ho problemi a dire che è fuori scala. Confesso che mi fa male, quando lo vedo da Lugano…”

Almeno questo è quello che ha dichiarato alla rivista bernese Reportagen, ripresa poi dal Corriere della sera. Oddio, non proprio un errore di gioventù: Il mostro intergalattico del gioco d’azzardo, la più grande casa da gioco d’Europa, venne costruito nel 2007 e il progettista fu appunto Mario Botta.

Ieri, in un’intervista al Corriere della Sera, Botta, con grande umiltà architettonica, ammette le sue colpe, anche se sembra sia stato fuorviato da cattive amicizie e frequentazioni, nel costruire un megalite che è odiato da quasi tutti i sottocenerini. Una follia che è costata cara al Comune di Campione, che fallì nel 2018 (leggi qui sotto).


C’è del vero in quello che dice Botta, e cioè che l’appetito megalomane dei politici di allora, contribuì a far lievitare costi e dimensioni del gigantesco monolite di pietra, che giganteggia di fronte al golfo di Lugano. Francesco Battistini, del Corriere della sera, lo definisce una gigantesca, sproporzionata, inutile creatura. Un mostro di Frankenstein con acciaio al posto delle arterie e pietra che funge da pelle, un catafalco terrificante, che fa sembrare le piramidi egizie dei pezzi di toblerone color caramello adagiate sulla piana di Giza.

È – a sorpresa – un Botta contrito e pieno di pentimento quello intervistato da Reportagen e ripreso dal Corriere:

“…L’architetto svizzero oggi non ha problemi a dichiarare anche il suo, di fallimento. E dice che se ha avuto una colpa, all’epoca, è stata di cedere alle esose richieste dei politici italiani: «Ad ogni amministrazione — spiega — aumentava la cubatura, non era mai grande abbastanza. Megalomani, litigiosi e rapaci. L’unica cosa che li accomunava era la complice consapevolezza di poter attingere impunemente a un pozzo senza fondo. I metri quadri lievitavano come puntate alla roulette…»”

Chiunque abbia anche solo un canotto da campeggio e sia passato sul lago, remando di fronte a Campione d’Italia, non ha potuto certo fare a meno di confrontarsi con il pantagruelico manufatto, sentendosi piccolo e insignificante di fronte a quella sfrontatezza strutturale. Ma sono le misure a far tremare le vene dei polsi e a renderci coscienti della minuzia che siamo di fronte alla grandezza di Botta e degli impudenti amministratori campionesi:

240’000 metri cubi di volume e, tanto per capirci, 40’000 metri in più del più grande dirigibile mai costruito, l’Hindemburg. Una superficie calpestabile di 36’000 metri quadrati, più di tre campi di calcio. 13 piani per 60 metri d’altezza, e uno scavo profondo 30 metri per 160’000 metri cubi di materiale estratto. 425 posti auto, 28 ascensori, 4 scale mobili.

E mezzo paese (meno di 2000 abitanti) che campava direttamente grazie al casinò e ai posti di lavoro comunali, mentre l’altra metà viveva dell’indotto.

Non bisognava essere scienziati per capire la follia di un progetto così faraonico. E Botta, inerme strumento dei perfidi campionesi, soccombette alle loro turpi voglie, dove la lussuria era sostituita dal cemento e i piaceri carnali dalle piastrelle in marmo di Carrara. Oggi il casinò, altrimenti inutilizzabile viste le sue assurde dimensioni, è monito alle future generazioni e al fallimento dovuto all’ingordigia. Campione è ormai un comune in svendita a prezzi stracciati come già dicevamo tempo fa (leggi qui sotto).


Il mea culpa di Botta, suona però un po’ tardivo e inutile. Da un architetto del suo calibro, ci si sarebbe aspettata più lungimiranza nel gestire un territorio che è, de facto se non de jure, ticinese. Possiamo però solo immaginare la commessa di architetto per un progetto costato quasi 200 milioni di franchi, se pensiamo cha da norme SIA, un progettista percepisce circa il 10% del valore della costruzione come onorario. Insomma, pecunia non olet, anche se dobbiamo distruggere il paesaggio e costruire la cattedrale nel deserto. Il casinò di Campione, archistar o no, è proprio il classico monumento alla speculazione che non guarda in faccia a niente e a nessuno, questa sì, una simpatica tradizione tutta ticinese.

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