Il covid, Giulietta e Romeo

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Dovrei promuovere una petizione contro l’imperversare diseducativo dell’intercalare. Ma ci pensate allo stupendo dialogo dal balcone, con Romeo e Giulietta supervisionati da un William Shakespeare improvvisamente colpito dalla sindrome replicante?

Forse sto invecchiando. Forse, molto più semplicemente, ho esaurito le immani riserve della mia pazienza e della mia mite indulgenza.

D’altro canto la sopportazione, per essere tale, è sottoposta all’obbligo del limite, oltre il quale le qualità dell’animo si deteriorano, mandando sulla forca tutto e tutti.

Il mio stoicismo nei confronti dell’intercalare è giunto al lumicino: non tollero più quei sostantivi, quegli avverbi, quelle reiterate aggettivazioni buttate lì a sproposito, e ancor meno mi rassegno nell’ascoltare quegli “Uhmm” a intermittenza, fotocopiati e implacabili, spruzzati nello sviluppo di una frase, di una considerazione o di un ragionamento.

Annovero fra le amiche una ” Amica Uhmm”, tanto gentile e graziosa quanto noiosa e inascoltabile, per la sua patologica tendenza ad inserire quel verso tumido e insinuante, un “Uhmm” per l’appunto, emesso ineluttabilmente a intervalli temporali .

Quando mi capita di doverla ascoltare sono preso da un crescendo ansiogeno poco rossiniano, con accentuate note urticanti, sino a una sorta di implosione che colora di rosso il mio volto, imponendomi di serrare le labbra a cerniera e di strabuzzare gli occhi come fossero palline da ping pong ingovernabili.

È ancora di ieri una sua elucubrazione da tempi tetri: “Questa mascherina mi innervosisce, spesso mi soffoca…uhmm..e certo che diventa sempre più angosciante indossarla…uhmm…mi si appannano gli occhiali…uhmm”.

Una pausa liberatoria, che abbia fortunatamente finito di ponderare gli svantaggi del covid? 

Era una pia illusione, un ingenuo trastullo del mio idiota ottimismo.

“Lasciamo poi perdere il vaccino…uhmm… introvabile, come l’Araba Uhmm Fenice…chi vivrà vedrà, comunque. Ciao, uhmm”.

Girato l’angolo, incappare nel pensionato attacca bottoni, è stato un attimo, un ulteriore precipitare nel pozzo dei non desideri.

È un omino segaligno, baciato dal dono della ripetizione avverbiosa, stralunante e sfibrante.

” Ha visto il bollettino di ieri? Sta morendo fortunatamente un mucchio di gente. Questo 2020 è un anno di disgrazie, una dietro l’altra, fortunatamente. E del vaccino, cosa mi dice del vaccino? Per me non arriva prima della primavera…e poi non funzionerà, fortunatamente. Buona giornata!”

Buona giornata un corno!

Dovrei promuovere una petizione contro l’imperversare diseducativo dell’intercalare.

Ma ci pensate allo stupendo dialogo dal balcone, con Romeo e Giulietta supervisionati da un William Shakespeare improvvisamente colpito dalla sindrome replicante?

Giulietta: “Oh Romeo, Romeo, perché sei tu dunque Romeo? Rinnega dunque tuo padre e rifiuta il tuo stesso…giurami dunque soltanto che mi ami, ed io smetterò di essere una dunque Capuleti”.

E Romeo, trascinato dalla ubiquità del dunque, si lascia andare, alla chiusura dello struggente tenerissimo scambio di frasi notturne.

“Che il sonno elegga però la sua dimora negli occhi tuoi,  e scenda però la pace nel tuo cuore! Ah, se potessi essere però io il sonno”.

Per inciso, Giulietta-Dunque e Romeo-Però, per semplice coerenza narrativa , in queste condizioni avrebbero salutato il mondo per via di una ferale colica di malefico intercalare e non certo per una banalissima dose di veleno.

Qui mi fermo, tralasciando i prosaici immutabili incisi  di una mio conoscente genovese.

Che il belin richiederebbe una ventina di righe a parte.

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