Il perdono alle Acque Nere

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Mohammed Kinani è un abitante di Baghdad, una delle città più antiche sulla terra. Viene descritto come una persona dalla parlata calma e gentile, molto religioso. 

Le persone che lo hanno intervistato negli anni raccontano di come fosse abituato a offrire del baklava ai giornalisti, spesso insistendo affinché il dolce fosse consumato prima di mettersi al lavoro. 

Mohammed era un uomo qualunque fino al 16 settembre 2007. I dettagli di quel giorno sono indelebilmente incisi nella sua memoria.

Alle 9 di mattina, mentre si prepara ad andare al lavoro, riceve una telefonata dalla sorella Jenan. Jenan gli chiede di passare a prendere lei e suo figlio per fare visita alla famiglia dall’altra parte della città. Le strade di Baghdad sono molto pericolose, Mohammed era solito fare da autista ai famigliari per permettere che si incontrassero. Parlava inglese, sapeva barcamenarsi tra pattuglie e checkpoint.

Mohammed era appena uscito dal vialetto di casa quando il suo figlio più giovane, Alì, 9 anni, corre fino all’auto chiedendo di poter accompagnare il padre. Mohammed gli dice di tornare indietro e giocare con i suoi fratelli, ma Alì era un bambino energico e determinato. Alla fine, il padre non riesce a dirgli di no. 

Mentre attraversano la città, passano davanti a un parco giochi appena costruito. Alì si gira verso il padre e chiede: “Papà, quando mi ci porti?”.

“Settimana prossima” risponde Mohammed “Se Dio lo vorrà”.

Alì non visiterà mai quel parco. Da lì a poche ore muore per un colpo di fucile alla testa. Viene ucciso dalle forze di sicurezza private (un termine più elegante per dire “mercenari”) della Blackwater, una compagnia al soldo del governo americano. È la vittima più giovane del massacro di piazza Nisour. 

La strage viene perpetrata da soldati della Blackwater mentre fanno da scorta a un convoglio diretto all’ambasciata americana. Aprono il fuoco senza provocazione, uccidendo 17 persone e ferendone 20. Tra i morti, due bambini e quattro donne. I testimoni parlano di soldati che ridono, e persino di un ufficiale che dice “prendiamoci una rivincita per le torri gemelle”.

La Blackwater, nel tentativo di evitare il tribunale, trova un accordo di risarcimento con molte delle famiglie delle vittime. Ma non con Mohammed, che rimane l’unico uomo a frapporsi tra la Blackwater e la totale impunità.

Nel 2014, grazie anche alla testimonianza di Mohammed, quattro dipendenti Blackwater vengono condannati per omicidio. In una storia del genere, parlare di lieto fine non ha senso. 17 persone sono morte, e non torneranno indietro. Ma almeno si può pensare che sia stata fatta giustizia. 

Finora. 

Trump, in una delle sue ultime azioni da presidente, ha perdonato completamente i dipendenti Blackwater Nicholas Slatten, Paul Slough, Evan Liberty e Dustin Heard. Ebbene sì, nel paese dei giusti e nella terra dei liberi, il presidente può ripulirti la fedina penale con un colpo di penna. I macellai di Nisour sono a piede libero. A detta di Trump, per via della loro “lunga storia di servizio alla nazione, come veterani dell’Esercito americano e dei Marines”, un’opinione secondo lui condivisa da “la maggior parte degli americani e del personale politico e giudiziario”.

Vi ricordate di Mohammed? Appena dopo il processo che condannò i colpevoli, disse che neanche per un momento aveva dubitato della capacità degli Stati Uniti di fare giustizia. Pochi giorni fa invece, ha detto: “Mister Trump ha spezzato la mia vita per una seconda volta”. 

Gli analisti ritengono che questa mossa abbia il solo scopo di rendere la vita più difficile al prossimo presidente Joe Biden, rovinando le relazioni tra Iraq e Stati Uniti in un momento critico. La commissione ONU per i diritti umani avverte che questo precedente potrebbe benissimo incoraggiare altri mercenari a commettere crimini simili. Un’azione sconsiderata, un gioco di potere che avrà conseguenze gravissime per moltissime persone. Un’ultima testimonianza della follia violenta e nazionalista di Trump.

Concludo con le parole che Mohammed ha pronunciato nella sua intervista a Thenation.com: 

“Vorrei che il congresso chiedesse a Erik Prince (CEO della Blackwater) perché hanno ucciso il mio figlio innocente, che si faceva chiamare Allawi dagli amici. Hai pensato fosse una minaccia alla tua compagnia? Quella gigantesca compagnia che ha le armi più grandi, le più pesanti, gli aeroplani e i carri armati? Quel bambino era una minaccia per i tuoi soldati? Voglio che gli americani sappiano che questo (mostra una fotografia di Alì) era un bambino che è morto per niente”.

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