John Lennon e la fine dell’innocenza

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Esattamente quarant’anni fa moriva a New York John Lennon. Mancavano pochi minuti alle undici di sera dell’8 dicembre del 1980 quando, davanti all’ingresso del Dakota Building situato proprio di fronte a uno degli ingressi di Central Park sulla 72a strada, al rientro da una giornata fitta di impegni, l’ex Beatles veniva assassinato da un folle. Mark David Chapman, da poco meno di tre metri gli scaricava addosso tutte e cinque le pallottole del suo revolver. Una calibro 38 che Chapman teneva nascosta sotto la giacca insieme a una copia sgualcita de “Il giovane Holden”, il capolavoro di J.D. Salinger.

Quattro proiettili feriranno a morte John. Il quinto andrà a infrangersi contro una vetrata dell’ingresso dell’edificio. Con lui, quella notte, c’era anche la moglie Yoko Ono. Solo per caso, lo aveva preceduto di qualche metro. John ebbe appena il tempo di cercare riparo riuscendo a salire qualche gradino all’interno del palazzo. Lo fece ripetendo: “I’m shot, I’m shot”. Mi hanno sparato. A nulla servirono i primi soccorsi, seppur tempestivi. Lennon spirò di lì a poco. Al portiere dello stabile che nel frattempo aveva disarmato lo sparatore chiedendogli se si rendeva conto di cosa avesse fatto, lui rispose: “I Just shot John Lennon”. Ho appena sparato a John Lennon. 

Se ne andava così, appena due mesi dopo aver compiuto quarant’anni, una delle più influenti icone della musica pop e di quella controcultura che, a partire dalla metà degli anni Sessanta, prima con i Beatles e poi da sola, aveva nutrito milioni di giovani in tutto il mondo con i suoi ideali di pace e amore universali. L’assassinio di Lennon, il suono di quegli spari coincise con il brusco risveglio di un’intera generazione cresciuta credendo negli ideali di giustizia, uguaglianza e non violenza che avevano ispirato anche il suo album da solista di maggior successo: “Imagine” del 1971, il cui singolo omonimo è ancora oggi un inno al pacifismo in tutto il mondo. 

Una morte che segnerà la fine di un’epoca nel modo più tragico possibile. E lo farà per mano di uno squilibrato, Mark David Chapman, che Lennon aveva già incrociato davanti all’ingresso del Dakota Building quella stessa mattina. Insieme al consueto gruppetto di curiosi e di fan che quasi ogni giorno lo aspettava per scattare con lui una foto o per chiedergli un autografo, c’era anche Chapman.  A Lennon chiese di firmare il suo ultimo album, Double Fantasy, uscito poco tempo prima. Inoltre, quella stessa mattina, prima che Lennon e Yoko Ono uscissero di casa, la fotografa Annie Leibovitz era stata da loro in visita per realizzare un servizio fotografico. Per la copertina di Rolling Stone. Del resto, proprio una foto di Lennon aveva tenuto a battesimo la copertina del primo numero della rivista musicale.

Fu in quell’occasione che John insistette perché la Leibovitz facesse qualche foto in più. Lei si armò della sua Polaroid ed è così che nacque lo scatto in cui John, nudo e in posizione fetale, abbraccia Yoko vestita di nero, baciandola sulla guancia. “This is it. This is our relationship”, disse lui vedendo lo scatto. È esattamente questo. Questa è la nostra relazione, commentò John. “E’ la foto della mia vita – ammise in seguito la Leibovitz – quella per la quale verrò ricordata”. La foto diventerà la copertina di Rolling Stone nel 1981 e sarà poi eletta come migliore copertina di una rivista degli ultimi quarant’anni.

Dopo aver sparato Chapman non scappò via, ma se ne restò lì ad aspettare l’arrivo della polizia. Lo fece leggendo il libro che aveva con sé, “Il giovane Holden” (The Catcher in the Rye). Dalle indagini risultò che, quel romanzo di culto per molti giovani lettori ancora oggi, per Chapman era diventato una vera e propria ossessione. Si era pienamente immedesimato in Holden Caulfield, l’adolescente protagonista della storia: un diciassettenne ribelle, introverso e con un presente complicato che poco prima della vigilia di Natale era stato sbattuto fuori dall’ennesima scuola privata. E a chi gli chiedeva cosa avrebbe voluto fare da grande Holden rispondeva “l’acchiappatore nella segale”. The Catcher in the Rye.

L’acchiappatore di bambini nella segale, immaginandosi che vi fosse uno sciame di bambini che stavano giocando in un campo di segale, sull’orlo di un dirupo. Così ogni volta che uno di loro si avvicinava troppo al burrone rischiando di precipitare nel vuoto c’era l’acchiappatore pronto a salvarlo. Ecco cosa avrebbe voluto fare Holden da grande. Peccato solo che a salvare l’innocenza andata persa per sempre quel maledetto 8 dicembre di quarant’anni fa non ci fu proprio nessuno. Anzi. Un bel sogno quel giorno si trasformò per sempre di un brutto, bruttissimo incubo.

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