La neve e la gazza di Monet

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Il vortice dei sottilissimi fiocchi si è da poco appisolato ed ora solo qualche rado sfarfallio sfiora la coltre di una neve fresca , non ancora calpestata, così soffice da farti immaginare un agglomerato di pecore  dalla lana candida, certo sbiancata anche con una geniale spolverata di bicarbonato.

Il sentiero di campagna che sto percorrendo sembra uscito da un romanzo di Jack London e sbircio la boscaglia che sbuffa zucchero filato, cercando con lo sguardo la sagoma di Zanna Banca che stamattina, presumibilmente, ha prolungato il suo epico abbiocco su un tiepido panno, accanto allo scoppiettante camino.

Poi, dopo una sorta di dolcissima curva, mi imbatto all’improvviso in uno scorcio letteralmente rubato a Claude Monet, senza inutili aggiunte e senza significative variazioni nei dettagli.

Mi ritrovo davanti alla tela realizzata dal gigantesco rabdomante della luminosità, ,attorno al 1868: “La gazza (La pie)” .

Resto magicamente coinvolto in questo strambo e repentino viaggio che mi porta, alla velocità della luce, dalla realtà di questo fine dicembre 2020 al quadro che ripropone un angolo di mondo della cittadina normanna di Etreat.

Osservo sulla destra la schiera di alberi dai rami contorti, ricoperti dalla tumultuosa gamma di tonalità bianche che bianche non sono, assemblate nel barbaglio di sfumature che richiamano una arrampicata di pennellate fatte di echi di glicine, di malva e di blu polvere.

Sullo sfondo della mezza boscaglia la sagoma di un casone, con il tetto color lavanda forse lavata nell’acquamarina.

E sopra un surreale cielo, con striature orizzontali che spandono segmenti di vinaccia nel grigiore allucinato  da guizzi di ametista e da sbuffi di caligine fosforescente “en plen air”.

La neve, sul muretto e sul terreno,  pare materia sbucata da un quarzo ubriaco di trasparenze traslucide, dentro i brividi azzurrognoli del giorno che nasce.

Sulla sinistra se ne sta la gazza, posatasi sopra una sorta di griglia a pioli, unica macchia scura nella inverosimile gamma di enigmatici accenti di violetti stemperati nell’ esteso sfolgorio dell’impianto della tela , affidata alle buone cure dell’eternità.

Osservo quel volatile indifferente o forse differente, pensando che il dipinto su cui vigila da oltre150 anni fu bellamente deriso e respinto da un accademico che ebbe la forza di omologare Monet e i suoi visionari amici “Una banda di matti”.

Solo una ventina d’anni dopo, il critico d’arte Mirbeau  ebbe la magnanimità di assolvere il paesaggio innevato di Monet.

Il quadro , mirabile e ammirabile olio su tela, è oggi conservato al Museo dell’Orsay.

La gazza è avvolta in un vortice di sfolgorii indefiniti e osserva qualcosa o qualcuno.

Oggi, forse, sta controllando divertita il mio buffo stato, derivante da una ipnotica contemplazione.

È una macchia di inchiostro nel luccicore delle magie del Maestro.

E se prenderà il volo, sarà solo per planare in un ‘altra fiaba dell’Impressionismo che sa cavalcare così bene l’ ippogrifo delle suggestioni.

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