La nuova prigione dei rohingya è un’isola

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Il Bangladesh ha deciso di trasferire migliaia di profughi di etnia rohingya su un piccolo atollo a largo del golfo del Bengala. Per le autorità è un metodo per alleggerire l’affollamento nei campi profughi, ma questo viola i diritti umani.

La nuova Alcatraz verrà costruita su un’isola nel bel mezzo dell’Oceano Indiano, non ospiterà galeotti in attesa di espiare la propria pena, ma una comunità fatta di uomini, donne e bambini, la cui unica colpa è quella di essere una minoranza di fede differente rispetto alla maggioranza. 

I rohingya, infatti, sono un gruppo etnico di religione musulmana fuggito dal Myanmar per sfuggire alla feroce repressione perpetrata dai militari birmani. I crimini commesse dalle autorità del Myanmar furono enormi e atroci: uccisioni indiscriminate, definiti da molti come genocidio, stupri sistematici, interi villaggi bruciati, come anche da noi denunciato in passato. (leggi sotto)

Questa caccia spietata all’uomo costrinse circa 730mila persone a rifugiarsi in Bangladesh in cerca d’aiuto. Ad oggi, più di un milione di profughi si trovano nel campo di Cox’s Bazar, città situata nel golfo del Bengala. Il governo di Dacca, invece di aiutare queste persone, ha pensato di trasferire 100 mila rohingya con la scusa di alleggerire, in questo modo, l’affollamento nel campo.

Un carcere in mezzo al mare 

La futura sistemazione si chiama Bhasan Char, ed è un atollo emerso dalle acque della Baia del Bengala una ventina di anni fa, a circa 160 chilometri a sud della Capitale del Bangladesh, Dacca. “Bhasan Char” significa “isola fluttuante” e il nome gli fu dato poiché le autorità bengalesi temevano che al primo monsone l’atollo potesse scomparire, inghiottito dalle acque.

Al momento sull’isola sono già state costruite abitazioni per ospitare 100 mila persone, come comunicato da Reuters Mohammed Shamsud Douza, vice funzionario del governo responsabile dei profughi, che ha garantito alla stampa che nessuno sarà forzato a trasferirsi. Il 2 dicembre centinaia di persone sono state spostate in un centro di transito, in attesa del dislocamento, e secondo quanto riporta sempre Reuters tanti di loro sono stati convinti con incentivi, fra cui pagamenti in contanti.

Diritti negati 

Ma non tutti ci stanno. Diverse associazioni umanitarie stanno chiedendo a gran voce di fermare il trasferimento nell’isola, considerata poco sicura poiché emersa dal mare solo nel 2006, non è mai stata abitata ed è soggetta a cicloni e inondazioni frequenti. 

Al momento sull’atollo ci sono già più di 300 persone e, stando a quanto riporta Al Jazeera, questi sono stati portati a inizio anno dopo un tentativo fallito di fuga in barca verso la Malesia. Secondo alcune associazioni, questi profughi hanno affermato di essere detenuti contro la loro volontà, di essere stati picchiati e alcuni, nel disperato tentato di essere ascoltati, hanno fatto ricorso a scioperi della fame. 

L’ONU ha espresso preoccupazione verso la decisone presa dal Bangladesh. Le informazioni ricevute, spiega la stessa organizzazione, sono poche e qualsiasi spostamento a Bhasan Char deve essere preceduto da valutazioni tecniche di sicurezza, cosa che il governo del Bangladesh non ha permesso fare. 

Nel cento di detenzione, perché è di questo che si parla, dato che le persone non hanno libertà di movimento, non potranno entrare né giornalisti né organizzazioni. 

Sarà forse una Lesbo 2.0? Dove i profughi verranno ammassati e lasciati a loro stessi? Quali sono le reali condizioni di questa comunità? I loro diritti sono stati violati? Come è possibile che un intero gruppo etnico venga dimenticato così?

Non è dato saperlo. Rimangono tanti punti interrogati e l’ennesimo, duro, ingiusto schiaffo ai diritti umani e al rispetto della dignità di tanti uomini e donne. E come al solito tutto si svolge in un assordante, pesante, imbarazzante silenzio. 

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