La Turchia e l’abisso della dittatura

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Domenica scorsa, in mattinata, il parlamento turco ha approvato la proposta di legge del presidente Recep Tayyip Erdogan, redatta dal partito AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), mediante la quale viene rafforzato il controllo sulle fondazioni e sulle associazioni, limitandone la libertà.

Il sultano ha impresso l’ennesima svolta autoritaria al fine di aumentare il proprio controllo sulle organizzazioni non governative, che con questa legge vedono diminuire ulteriormente le loro autonomia e indipendenza.

La norma consente ampi poteri al ministro degli Interni, come rimuovere consigli di amministrazione e membri di associazioni no-profit rimpiazzandoli con persone di sua fiducia, sospendere operazioni e controllare l’attività dei dipendenti; beni e campagne di donazioni (anche online). Le ONG rischiano di essere bloccate con la scusa di  “prevenire il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo”, e i loro membri potranno essere denunciati a un tribunale.

In questo gruppo sono comprese anche le organizzazioni internazionali, che saranno incluse nella norma e penalizzate di conseguenza.

Dopo il fallito colpo di stato del 2016, in Turchia, viene già usato come capo d’imputazione il sospetto di terrorismo per colpire giornalisti, voci critiche, minoranza curda, oppositori politici e semplici cittadini non in linea al volere dell’autoritario Erdogan.

L’approvazione di questa legge viola il principio di presunzione d’innocenza e punisce persone che non avranno mai un giusto processo.

Nei giorni precedenti al voto, innumerevoli persone e diverse organizzazioni non governative hanno lanciato petizioni per bloccare l’approvazione, perché la norma finirebbe “per distruggere la società civile, dal momento che migliaia di giornalisti, attivisti politici e membri di organizzazioni professionali sono indagati per reati legati al terrorismo; non vi è dubbio che questa legge prenderà di mira tutte le associazioni” considerate nemiche.

Parole di Sule Ozsoy Boyunsuz, costituzionalista esperta di diritto turco, docente di diritto costituzionale presso l’università di Galatasaray, la quale ritiene che “la Turchia ha un’attitudine molto negativa e restrettiva verso diritti, organizzazioni e attivisti civili”. Boyunsuz spiega che “il governo potrebbe svegliarsi una mattina, prendere una associazione a caso e chiuderla il giorno successivo; questa legge non ha alcun grado di prevedibilità nella sua applicazione pratica”.

Organizzazioni internazionali, tra le quali Human Rights Association e Amnesty International, sostengono che in Turchia le accuse di Terrorismo vengono usate in maniera arbitraria al solo scopo di fermare personaggi di spicco della società civile che si oppongono al regime.

Il 28 luglio scorso il parlamento turco ha approvato un disegno di legge che conferisce al governo dell’onnipotente Erdogan maggiori controlli sui social media, uno dei pochissimi spazi liberi ancora rimasti al dibattito pubblico del Paese.

La normativa entrata in vigore il primo ottobre, obbliga le principali piattaforme social ad aprire i loro uffici di rappresentanza in Turchia, imponendo rigide sanzioni, se tali società (Youtube, Instagram, Twitter e Facebook) rifiutassero di eseguire le ordinanze del governo sulla rimozione di contenuti considerati irrispettosi e offensivi entro 48 ore, pena 700 mila dollari di multa.

Questa nuova legge limita in modo grave la libertà di movimento delle organizzazioni e della stessa società civile, silenziando le voci discordi.

Giuristi ed esperti sottolineano che la norma approvata sarebbe in aperto contrasto con i diritti della costituzione turca, dei trattati internazionali sottoscritti e con le direttive contenute nell’articolo 11 della Convenzione Europea per i Diritti Umani, che recita: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione, alla libertà di riunione pacifica e alla libertà di associazione, ivi compreso il diritto di partecipare alla costituzione di sindacati e di aderire ad essi per la difesa dei propri interessi”.

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