L’accordo fiscale è ormai realtà

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Questo strano 2020 ha portato perlomeno allo scioglimento di un nodo annoso e che creava pruriti roventi ai leghisti, quello dei ristorni dei frontalieri, accordo fonte di malanimo, discussioni e proposte di revisione, nonché oggetto di ritorsioni.

Ma cosa sono in realtà ‘sti benedetti ristorni? Semplicemente, le tasse che vengono prelevate direttamente dal datore di lavoro per i dipendenti frontalieri e che vengono riversate al fisco cantonale.

Poi il fisco del cantone, trattiene per sé una parte e un’altra parte la riversa all’Italia. Ed è sulle clausole di questo accordo, soprattutto sulle percentuali, che si dibatte da decenni.

Anche perché per diversi comuni italiani di confine, la sopravvivenza è proprio data dai ristorni che la svizzera ritorna loro, visto che numerosi cittadini lavorano nel nostro paese.

Il primo accordo è vecchiotto, risale al 1974. Allora il patto prevedeva che i frontalieri che lavoravano in Svizzera, fossero tassati solo da noi e non potessero essere tassati anche in Italia. In cambio, il Ticino riversava una parte del malloppo ai comuni di confine, nell’ordine del 20%.

La cifra è andata aumentando negli anni, e ad ora la percentuale riversata ai comuni raggiunge quasi il 40%.

Il problema è che però questi accordi non sono paritari. I lavoratori svizzeri in Italia, non sono sottoposti allo stesso regime, e dunque l’italia non riversa un piffero al Ticino. Una cosa oggettivamente un po’ seccante.

Per questo da molti anni si chiede di rinegoziare l’accordo, ma da parte italiana anche a causa dei continui cambi di governo, facevano gli gnorri. La situazione tesuccia portò nel 2011 a un blocco parziale dei ristorni nei confronti dell’Italia. Una mossa disperata per imporre all’Italia di sedersi al tavolo delle trattative e discutere soprattutto di due punti, un accordo sullo scambio di informazioni fiscali e la famosa reciprocità di trattamento per i lavoratori svizzeri in Italia. Tira e molla, comunque non si arriva a nulla di fatto, nonostante le vantate “amicizie” di Gobbi con il ministro Maroni (leghista pure lui).

Che la Lega e l’UDC  usassero questo accordo come cavallo di battaglia per le loro incessanti lamentele è un dato di fatto. Solo poco tempo fa, il 16 dicembre, Marco Chiesa con sue certezze adamantine pontificava:

“È tutto come previsto. Mi ricorda Aspettando Godot, dove i protagonisti sono in attesa di incontrare questo personaggio che poi non incontrano mai. Questo accordo è un accordo che ha un po’ questo tipo di filosofia, non se ne arriva mai a una”. (leggi qui)

Per non parlare dell’onnipresente, tignoso e livoroso Lorenzo Quadri, che lo stesso giorno invitava a disdire unilateralmente l’accordo del 1974. (leggi qui)

Insomma, da una decina d’anni, si cerca regolarmente di arrivarne a una, tra blandizie e minacce, ma senza successo. Almeno fino ad oggi, dove congiuntamente le autorità federali e cantonali hanno indetto una conferenza stampa. L’accordo comprende naturalmente anche Vallese e Grigioni (anche loro cantoni di confine interessati dal massiccio fenomeno del frontalierato)

La nuova intesa , che entrerebbe in vigore nel 2023, prevederebbe la caduta della clausola del casellario giudiziale voluto da Gobbi (discussioni sarebero ancora in corso) e il ripristino per la Svizzera della quota dell’80% del gettito fiscale, ma solo per “nuovi” frontalieri. L’accordo prevede anche un riesame ogni 5 anni. Inoltre, dopo undici anni di lavoro in Svizzera, un frontaliere verrà tassato al 100% in Svizzera. Vitta, interpellato sul vantaggio finanziario, è prudente e lo paragona  a quello attuale. Il Consigliere di Stato ritiene che man mano che l’accordo entrerà a regime permetterà al fisco di incamerare diverse decine di milioni di franchi. L’importo ovviamente dipende dal numero dei frontalieri e dai ricambi tra “vecchi” e nuovi che avverranno nei prossimi anni.

Durante la conferenza stampa, Norman Gobbi, lamenta rapporti disillusi con l’Italia per via del mancato accordo, dimenticando la marea di sgarbi fatti proprio da lui al Belpaese. 

E questo accordo, mette in evidenza quanto siano stati inutili le “amicizie” legaiole millantate dal presidente Gobbi con i leghisti lombardi, che non hanno mai permesso di ottenere un beneamato fico secco. Alla base degli accordi, appunto come detto sopra, c’è la reciprocità, ovvero un uguale trattamento tra lavoratori italiani e svizzeri.

Durante la conferenza stampa, Ignazio Cassis ringrazia soprattutto la segretaria di Stato Daniela Stoffel, per avere seguito i negoziati ed essere arrivata a quella che ormai appare come la quadratura del cerchio. Il Ticino, finalmente, ha potuto rinegoziare il suo accordo, togliendo combustibile alla macchina UDC-leghista.

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