L’avvento di GAS – Giorno 2

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Babbo Natale era stanco. Amava il suo lavoro, ma a volte lo prendeva una depressione nera, soprattutto di notte quando dormiva solo e, fuori, il gelo del Polo Nord mordeva i vetri della sua baita, disegnando figure grottesche di ghiaccio acuminato.

2 dicembre 2020 – Il lavoro sporco di Babbo Natale

Poi la mattina, se c’era il sole, tutto passava e riprendeva la sua battaglia, quella di tutti gli anni. Mica quella dei regali, no, quelli erano il meno. La sua vera guerra era far sì che i bambini credessero in lui e nell’amore. E negli ultimi anni, con questi umani che crescevano tecnologicamente e aumentavano il benessere, c’era sempre meno fiducia. E meno fiducia si traduceva in un’aridità di pensiero e di intenti. Tutto ruotava intorno all’ego e non pensavano a crescere anche nell’anima, essenziale per ogni essere vivente. Il pensiero filosofico, umano, non seguiva i progressi scientifici. Anzi, scienza e benessere, per assurdo, sembravano prosciugare l’anima degli individui.

Scese nella rimessa. La slitta, imponente e lucida, era lì. I motori ad antimateria erano carichi, e aveva appena verificato il dispositivo per la bolla dell’iperluce.

Sì, certe volte era proprio stanco. Erano ormai secoli che faceva questo lavoro, prima in sordina, poi in tutto il mondo. Oggi, anche i bambini indiani o africani aspettavano Babbo Natale. Il vecchio starnutì, estrasse un fazzoletto dalla tasca e si soffiò rumorosamente il naso. Maledetti virus umani! Era più la spesa che l’impresa cercare di debellarli. Ogni tanto, nonostante la sua immunità certificata dal techmed madre, si pigliava lo stesso qualche raffreddore del cavolo. Quei virus erano la forma di vita più fetente del pianeta, e adesso c’era anche il covid.

Andò agli stabbi delle cyberrenne per verificare che fossero programmate a dovere. Non c’era bisogno della paglia nelle mangiatoie, ma faceva tanto atmosfera ed era importante per il personaggio. Perché un po’ anche lui doveva crederci; era fondamentale per il lavoro, per la missione.

Babbo Natale prese, dal gancio a parete, la giubba rossa foderata di pelo e munita di finto pancione incorporato. Si calcò il berretto col pompon in testa e infilò i pesanti stivali di simil cuoio. Si toccò due volte una tempia e una barba folta scivolò intorno alla mascella, coprendogli il viso di peli candidi. Con una specie di manufatto digitò alcuni comandi e le renne, docili, si disposero fra le corregge della slitta. I finimenti scivolarono come tentacoli di piovra sulle schiene degli animali, fissandosi ai dorsi e ai musi. Babbo salì con fatica sul pianale della slitta e poi nel sedile imbottito, borbottando: “Non ho più l’età per ‘ste cose…no no, troppi secoli su questo pianeta dimenticato”.

Pensò che occuparsi di far crescere la consapevolezza empatica e di specie tra gli umani era un lavoro improbo, quasi impossbile, anche se nei secoli aveva incominciato ad amarli. Erano una specie troppo aggressiva ed egoista, costretta dalla sopravvivenza su un pianeta particolarmente ostile a primeggiare, a uccidere, a prevaricare. Eppure in loro c’era la stessa scintilla di bellezza e amore che c’era nei funghi-medusa di Canis maior o nei centauriani dorati.

Pensò che era un lavoro sporco ma qualcuno doveva farlo, dare speranza a una specie, aiutarla a evolvere non tecnologicamente, ma con lo spirito, solo allora avrebbero potuto accedere alla federazione dei mondi uniti. C’era anche il rischio che si estinguessero, era già capitato in altri mondi. La rabbia intrinseca della specie avrebbe potuto distruggerla insieme al suo mondo e sarebbe stato un peccato. Era questo l’unico motivo per cui Babbo non mollava e aveva chiesto una proroga alla kommandantur galattica per le evoluzioni delle specie. 

Credeva in quegli stupidi uomini, ne vedeva le potenzialità, come un vecchio allenatore le vede in un giovane considerato come un pugile dilettante.

Babbo Natale sospirò e gridò: “Rudolf! Anche quest’anno si parte! Più veloci della luce!”. Il software di comando reagì, la renna girò la testa e i suoi occhi si illuminarono di luce azzurra. La porta della rimessa si aprì e la slitta scivolò fuori con un rumore di scirocco sul mare, poi prese velocità e sfrecciò nel cielo, sempre più lontano. 

La slitta scomparve tra le stelle, dove migliaia di mondi nascevano e morivano. A volte senza la consapevolezza di quello che avevano attorno, a volte accolti nel grande abbraccio federativo di una società evoluta di uguali. Ma quella notte tutti brillavano allo stesso modo spavaldi e luminosi nell’aria tersa.

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