Le trappole del linguaggio politico

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Egregia Redazione di Gas, mi chiedo quasi quotidianamente perchè questa dilagante pandemia , che quando decide di esondare  pare non si faccia molti scrupoli, non si concentri sulla erosione del repertorio lessicale dei tanti politici che amano brevettare un linguaggio che non trova la sua ragione nell’essere capiti, ma nel trasmettere la sensazione della definitiva conquista della verità.

Giulio Einaudi ,d’altro canto, amava sottolineare che ” Niente è tanto odiato dai politici quanto il parlar chiaro”.

I laceranti tempi del coronavirus non trovano misure adatte al contenimento degli ipocriti subdoli eufemismi , così refrattari alla resa, anche davanti alla omologazione del vaccino della comunicazione onesta.

Così mi tocca (quanto mi tocca!) digerire il fatto che i prezzi dei generi alimentari non “aumentano” , poichè , molto più semplicemente, tendono a lievitare, ad adeguarsi gradualmente, ad assestarsi, ad adattarsi a qualche episodica recrudescenza dei costi.

L’esercito dolente dei disoccupati viene riclassificato come una significativa porzione di manodopera disponibile.

Alla faccia di chi patisce il danno senza potere evitare ,quanto meno, le spernacchianti beffe.

La crisi entra nel circolo lessicale della depressione economica . E se non è depressione, diventa stagnazione o momentaneo traccheggiamento della linea espansiva.

E se la deflazione si tramuterà presto in inflazione, l’inflazione risulterà meno grave e preoccupante , una volta trovata la felice definizione di “strisciante” : quasi fosse un gioioso serpentello al giro di boa.

La fraseologia è ben farcita di parole e motti , a seconda della ispirazione dei politici : disimpegno, stato di rigetto, crisi pilotata, policentrismo, pausa di riflessione, forze gravitazionali , vasi comunicanti.

E’ certo una brutta pandemia la fascinazione per gli ossimori e le galoppanti metafore.

Alita all’intorno un linguaggio che richiama alla mia mente i sani ” rimpasti governativi” , decisi con tracotante autorità da Mussolini che li propinava , dentro il battito dei tacchi degli stivali, come normalissimi “cambi della guardia”.

Benito il cantore di ineffabili frasi quali ” E’ l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende”.

Il verbo è potere e diventa ciclone quando la maggioranza è silenziosa. 

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