Manzini, quando bene e male si scambiano di ruolo

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Che noir! Antonio Manzini, questa volta senza Rocco Schiavone, propone una cognizione del dolore aggiornata e corretta. Una storia che fa pensare, con il bene ed il male mai così vicini, e pronti a scambiarsi il ruolo.

Una donna adulta, non ancora vecchia, si assopisce in treno. Al suo risveglio, lento e macchinoso come sappiamo tutti in simile situazione, dopo aver controllato di non aver subito alcun furto (la borsetta, il mantello, ecc… ), allunga lo sguardo sul resto del mondo dei viaggiatori. Non ci può credere! Non le sembra vero, il cuore ha un’accelerazione cruenta. Stropiccia gli occhi e mette a fuoco. Il ritmo cardiaco aumenta fino all’impossibile …  sullo stesso vagone intravede l’uomo che le ha stravolto la vita, la sua e quella di suo marito. È proprio lui, l’assassino di suo figlio. Ma come fa ad essere fuori ? Perché è già a piede libero ? Non sono passati così tanti anni dalla tragica rapina che la donna ha subito nella sua tabaccheria, da quando cioè il figlio Corrado è stato ucciso. 

Con questa bruttissima sorpresa la vita di Nora, così si chiama la protagonista, cambia totalmente. Niente è o sarà come prima. Inizia qui il romanzo di Antonio Manzini, un noir come da un pezzo non ne leggevamo. Un viaggio disperato, una via crucis lacerante e lancinante. La razionalità viene sopraffatta, il buio occupa completamente la mente della protagonista e quella del marito. Troppo nitido il ricordo del tanto amato unico figlio. Una cognizione nel e al di là del dolore. Non si tratta di atroce sete di vendetta, in Manzini c’è molto ma molto di più. Rapporti relazionali che saltano, percezioni della realtà che sballano. E la quiete del titolo, per assurdo che possa sembrare, sta proprio in questo non riconoscere la «giustizia ufficiale». 

Il lettore viene travolto da un’escalation violenta anche se, grandissima forza di Manzini, non ci si perde in questo accecamento. Anzi, ad un certo punto, il concetto di bene e male si avvicinano, addirittura si scambiano il posto (come vero «noir» insegna!). Spettatore addolorato e privilegiato, chi legge … pensa. Gli interrogativi aumentano pagina dopo pagina e riguardano il fatto in sé ma non solo: sono etici, morali, sociali. Con il fattore umano e le sue contraddizioni sempre in primo piano, messo a fuoco con un potentissimo obiettivo, in grado di rivelarne le pieghe più invisibili.

Da un certo punto di vista Antonio Manzini si avvicina al gigante Simenon: bravissimo sempre, eccezionale senza Maigret. Qui non c’è Rocco Schiavone, ma non se ne sente la mancanza. Perché la qualità di scrittura raggiunge nuove vette, con quelle frasi brevi, quelle poche parole che dicono tutto. Inserite in un meccanismo testuale perfetto: ritmo crescente e finale da tragedia greca. Per il lettore, ai titoli coda, rimane un senso di riconoscenza nei confronti dell’autore: si esce cambiati da questo testo. E sopraggiunge, con prepotenza, l’esigenza di rileggerne certi passaggi, perché le domande inevase sono ancora lì. Riguardano la giustizia, la redenzione, il pentimento, la giustizia, l’odio, il dolore, la pace o quiete, la strada che va fatta (o forse no?) per raggiungerla. Pagine dure ma scintillanti. Necessarie. 

«Gli ultimi giorni di quiete», di Antoni Manzini, 2020, ed. Sellerio, pag. 231, Euro: 14,00. 

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